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IL SUONO DEL FREDDO – escursione in solitaria

“Il suono è qualcosa che si percepisce, qualche cosa che ascoltiamo, che sentiamo. Lo sentiamo in un determinato momento e poi svanisce: ritornerà? Il suono, qualunque esso sia, è labile, delicato: ora c’è, dopo non ne abbiamo certezza. E il freddo, in questi anni, è divenuto sempre più simile ad un suono, piuttosto che ad una sensazione ‘carnale’ e materica costante e sicura: in questo inverno ce ne siamo resi conto”. Ho ripensato molto, in questi giorni, a quanto scritto prima di partire per questa solitaria in Alta Valle Camonica. Cosa è stato il freddo? Un compagno di viaggio altalenante, come un suono si è presentato puntuale alla sera e al mattino, e alla luce del sole svaniva. Le temperature oscillavano tra i -1° e  i -6° di giorno e i -11° e -15° la notte. Il giovedì è stata una giornata meravigliosa: una mattinata dal cielo azzurro, poco nuvoloso e dal tepore tipico del fine inverno anziché dei cosiddetti “giorni della merla”. La prima neve è iniziata a cadere nel pomeriggio. 

Lontano dallo stress delle competizioni, siamo partiti con tranquillità e serenità: di buon passo. Preparare mentalmente Indi e Ciuk a questa escursione è stato importante, poiché non è stato semplice lavorare trainando una slitta con in sacca il necessario: dalla tenda al fornellino, dalle provviste a qualche indumento di riserva, lo zaino e attrezzatura varia per far fronte ad ogni evenienza; considerando inoltre che lungo il tragitto si è presentata la difficoltà del ghiaccio e di un grosso quantitativo di neve fresca. Ma ciò che mi rende soddisfatto di loro è averli visti fare i Siberian Husky, cani da slitta felici e con quella foga, quel desire to run, che li ha resi dei lavoratori eccezionali nel corso dei secoli passati.

Valorizzare la natura e l’ambiente può essere fatto anche a piccole dosi, con azioni quotidiane in base alla capacità e livello di coscienza di ciascuno. Perché è dal piccolo che può venire il miglioramento maggiore. E’ da una parte che si può arrivare al Tutto. Abbiamo percorso 35 km (chilometro più e chilometro meno) nella più totale solitudine: gli unici discorsi sensati sono stati quelli che ho fatto con Indi e Ciuk. Gli scoiattoli che saltavano da un ramo all’altro, qualche volatile nel cielo e impronte di cervi e altri animali sulla neve. Per il resto siamo stati soli, in un silenzio affascinante: mi è capitato spesso di fermare la slitta e ascoltare il suono provenire dal lato più profondo e buio del bosco. Che meraviglia la montagna. E ti accorgi della sua fragilità: di come sia un ecosistema che si basa su equilibri prestabiliti, ma sensibili e delicati: dove noi, con la nostra umanità, siamo ospitati dalla sua benevolenza. E come viandanti schivi e silenziosi ci siamo permessi di vivere due giorni su delle montagne che abbiamo imparato a conoscere, amare, rispettare e temere. 

Frequentare la montagna in maniera consapevole è sì essere preparati e attrezzati, ma soprattutto lasciarsi accogliere da ciò che si incontra lungo i suoi sentieri; aprirsi alla montagna stessa. Vivere la montagna per ciò che è è la prima forma di valorizzazione che l’individuo umano può operare: viverla nella fatica, nelle asperità, nella salita. 

Prima di arrivare nel punto stabilito a piantare la tenda, ci siamo spesso imbattuti nel ghiaccio: un ghiaccio nascosto dalla neve. Così tutto si è fatto ancor più lento e precario, coi cani che tiravano la slitta e io che, cercando di mantenere l’equilibrio, davo loro una mano. Il nostro piccolo campo base lo abbiamo fatto nei pressi di un altopiano: montata la tenda e rifocillato velocemente, mi sono goduto i miei cani sino al sopraggiungere della copiosa nevicata prevista, che ci ha piacevolmente costretti a ripararci in tenda, sdraiati e addossati l’uno all’altro! E non mi stancherò mai di ripeterlo: dormire in tenda coi propri cani ha un qualcosa di terapeutico. 

La mattina seguente trenta centimetri abbondanti di neve fresca intorno a noi, e continuava a cadere copiosa. Il paesaggio si confondeva: il cielo e la terra tutt’uno a tinte bianche e grigie. Trovare la “traccia” della strada, non battuta né calpestata, non era semplice: sapevo che era lì, ma più di una volta mi sono trovato a sprofondare di colpo nella neve che si era accumulata lungo i pendii. La neve si alzava e la zona percorsa, battuta dal vento, formava tratti lunghi diverse centinaia di metri dove la neve fresca arrivava ad essere alta anche settanta e ottanta centimetri. E’ stato in quel momento che ho ancora una volta compreso la forza, la resistenza e la tenacia dei Siberian Husky: non ho dovuto insistere coi comandi, né ripetere nulla. Tiravano e tiravano da muovere e disincagliare la slitta nella troppa neve. Più volte, anziché spingere da dietro mi sono trovato a tirare con loro la slitta attraverso la linea di sicurezza agganciata al moschettone di traino. Ma la forza che hanno messo Indi e Ciuk è stata super! Senza di loro si muoveva solo di pochi centimetri.  La sensazione di sapere che siamo stati i primi, in quei giorni, in quella mattina, a passare su quella neve, in quei boschi, è indescrivibile: quasi d’altri tempi. Appartenente ad un’epoca remota e lontana, dove il lavoro sinergico e simbiontico tra cani e uomo era qualche cosa di spirituale, oltre che fisico e materiale. E ancora di più mi ritengo soddisfatto, perché mentalmente non hanno mai mollato, mai ceduto. La montagna, in inverno, è anche questo. 

La discesa è andata alla grande, molti tornanti per più di 600 metri di dislivello, fino alla piazza del paese di Vezza d’Oglio. Un’esperienza che ci ha permesso di crescere ulteriormente, di verificare errori e sbagli, di comprendere cosa della nostra preparazione è stato utile e corretto e cosa meno. Sicuramente nulla deve essere improvvisato: che sia una traversata, un’escursione, un’esplorazione o una semplice camminata. Sempre! Fa parte dell’essere frequentatori di montagna consapevoli.

Ho trovato delle montagne sane, speranzose e rigogliose di vita. Montagne che hanno però bisogno di una costante tutela e controllo, di una presenza umana disinteressata. Senza la natura l’uomo non è nulla e il ripristino rivoluzionario di uno stile di vita più consono ai ritmi della natura è l’unica salvezza: per l’ambiente sicuramente, ma a maggior ragione per l’uomo tutto. In questi due giorni abbiamo vissuto ai ritmi scanditi dalla natura; dai suoi freddi, dalle sue nevi e dai suoi venti. L’essenziale non è privazione; il poco è molto e una ricchezza infinita. Lì non avevamo bisogno di orpelli, di superfluo, di un di più che frequentemente cerca di invadere le nostre vite: lì avevamo quel poco necessario per vivre eppure mi sono sentito ricchissimo!

Spesso, a vedere tutt’intorno a noi il grande mantello bianco che ricopriva ogni cosa mi sono domandato il perché di tutto ciò, chi è l’uomo, quale è il suo viaggio, la sua destinazione…

Non sono un musher né un avventuriero

né un escursionista né un esploratore.

Non sono un pellegrino né un camminatore,

né un leader né un eroe.

Perché sono solo un essere umano.

nota a margine

Poco prima di scendere c’è stato un attimo in cui mi sono fermato, sono andato a ringraziare i miei cani, Indi e Ciuk: li ho guardati e abbracciati. Questa è stata l’ultima solitaria insieme. L’ultima volta di noi tre insieme, da soli. Dalla prossima stagione ci saranno anche Adi e Tulku: e si aprirà un nuovo entusiasmante capitolo di tutto il nostro team. Indi e Ciuk: vi voglio bene, amici miei!

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Appuntamenti Gennaio 2019

26-27 Gennaio 2019

Courses de Chiens de Traineaux

Saignlégier  – Canton Giura (Svizzera)

 

31 Gennaio – 1 Febbraio 2019

il Suono del Freddo – escursione in solitaria

Il Suono del Freddo

Uno degli scopi principali del progetto che lo Jaranga Siberian Husky Team sta portando avanti  riguarda la valorizzazione e tutela ambientale. Una valorizzazione che – crediamo – può essere fatta nel piccolo e nel quotidiano di ciascuno di noi: frequentando e vivendo gli spazi naturali con consapevolezza e rispetto. Ma oggigiorno questa valorizzazione non può non tenere conto dell’impatto che l’uomo ha sull’ambiente e sul clima. 

L’escursione in solitaria e in autosufficienza il Suono del Freddo verrà realizzata in una zona alpina dove generalmente si è sempre trovata neve, ma negli ultimi anni è divenuta maggiormente una incognita; dove anche il freddo non è più sempre così freddo. Tutto molto altalenante rispetto alla normalità di stagione. Farò questa piccola escursione con i miei compagni di viaggio: Indi e Ciuk, i miei Siberian Husky, la nota razza di cani da slitta. La modalità con cui affronteremo questa escursione non è ancora decisa, e già questo sottolinea come sia importante e drammatico il cambiamento climatico in atto: se vi sarà sufficiente neve verrà fatta in slitta, altrimenti mediante un monopattino sportivo che – in gergo tecnico – è chiamato dogscooter.

Perché abbiamo chiamato questa escursione il Suono del Freddo? Il suono è qualcosa che si percepisce, qualche cosa che ascoltiamo, che sentiamo. Lo sentiamo in un determinato momento e poi svanisce: ritornerà? Il suono, qualunque esso sia, è labile, delicato: ora c’è, dopo non ne abbiamo certezza. E il freddo, in questi anni, è divenuto sempre più simile ad un suono, piuttosto che ad una sensazione ‘carnale’ e materica costante e sicura: in questo inverno ce ne siamo resi conto. Giornate fredde alternate a giornate decisamente calde; ed è solo un lampante esempio. Il freddo è fondamentale e la sua difficoltà a perdurare in una stagione a lui consona dimostra come anche noi, nel nostro quotidiano, dobbiamo iniziare a prenderci cura dell’ambiente. Valorizzandolo, tutelandolo e, nello specifico, prestando attenzione ai nostri comportamenti che possono recare ad esso dei gravi danni.

La montagna per noi è una delle metafore perfette per la vita dell’uomo. In montagna “resisti” se ti amalgami ai suoi ritmi. La montagna è lentezza; la montagna è importanza dell’attimo presente; la montagna è riflessione (anche pragmatica). La montagna è un superare le difficoltà. Ma la montagna è soprattutto un creare un rapporto armonico e simbiontico tra la natura e l’uomo. 

Sarà una escursione che vivremo lentamente, lontano dall’ossessione della performance e della frenetica vita che spesso, oggi, siamo quasi costretti a vivere: invasi da orologi che scandiscono il nostro tempo per non avere poi mai tempo. Vivere questi giorni nell’unico tempo consono all’uomo: quello della natura.

Ho scelto di fare della mia vita una grande avventura quotidiana, fatta di piccole e grandi esperienze: ho scelto di fare questo insieme a dei compagni che mi hanno dato, mi stanno dando e mi daranno sempre tutto, i miei cani. I Siberian Husky mi hanno insegnato molto: il senso del lottare per raggiungere una meta, il comprendere la fondamentale importanza del dosare le risorse e le energie. Sono felice dei miei cani e di ciò che realizzo quotidianamente con loro.

L’ambiente, e in questo caso la montagna, sono la nostra casa. Prendercene cura in modo consapevole e sensibile è un nostro dovere. Non abbiamo una Terra di scorta. Per questo credo che tornare a vivere in armonia con la natura, con ritmi più lenti e quindi più consoni all’uomo, sia un primo passo per ritornare ad avere con essa un rapporto sostenibile. Nel nostro piccolo, ogni giorno, possiamo fare molto e il clima potrà ricominciare a risollevarsi. 

ADI E TULKU: DUE NOMI CHE ARRIVANO DA UN MONDO LONTANO

In questi giorni, dall’arrivo di Adi e Tulku, ho ricevuto diversi messaggi in cui mi si chiedeva della stranezza dei loro nomi: perché? Da dove vengono? Cosa significano? A tutto esiste una spiegazione, anche quando non la troviamo. Anche quando sembra non esserci. Perché ogni cosa, nell’Universo, ha un significato e un significante. 

Adi e Tulku sono due nomi che appartengono ad un mondo antico, lontano; quasi scomparso. I fili del tempo mi hanno legato a questo mondo moltissimi anni fa. Non spiegherò il come, il quando e il dove; certi ricordi e legami debbono necessariamente perdersi nell’oscurità dello spirito. Ma racconterò il perché. Perché Adi e Tulku? L’origine di questi nomi – e la loro lingua – è quella Po, ossia tibetana. 

Il Tibet – grazie anche alla commistione tra l’antica religione tradizionale Bon (o Po) e quella del Buddhismo Lamaista – è stata una culla di civiltà meravigliosa! Oggi, ciò che resta di quell’antico e lontano mondo è legato a piccole aree del Nepal e alcune regioni di stati confinanti. Perché la storia ha mostrato come le idee occidentali filtrate in Cina alla fine negli anni ’40 del Novecento abbiano distrutto e rovinato ogni cosa che di tradizionale e antico pulsava e vibrava in quelle terre. Ah l’Occidental Pensiero, quanti danni ha fatto sul Pianeta Terra!

I nomi, per me, sono importanti: manifestano fisicamente l’entità spirituale di un corpo. Così ho voluto battezzare laicamente i miei nuovi compagni di avventura con due nomi che spero possano rappresentare al meglio il loro essere e la loro natura. Adi è la contrazione di un nome più lungo: Adi Buddha, che significa Buddha Originario. Si tratta di un ente supremo, primordiale e ancestrale, assoluto, dal quale emanano tutti gli esseri celesti. Non entrò in dettagli. Tulku significa, invece, Corpo in Trasformazione. Questo termine è utilizzato per riferirsi a chi è considerato come una reincarnazione di un santo, di un grande maestro o/e di una divinità.

Adi del keral’ghin
Tulku del Keral’ghin

Il Tibet e la cultura tibetana accompagnano il mio cammino da decenni, oramai. Solo per un fatidico incidente non sono ancora riuscito ad andare – in questa vita – in quelle terre. Un ritorno, poiché ogni cosa torna alla sua origine: così come il corpo ridiviene sabbia e cenere, così l’anima torna dove sono custodite le proprie radici, al confine del Mondo, al suo Centro, alla sua Agarttha, per poter poi unirsi e brillare nell’Universo. Dalla cultura lamaista ho appreso (e continuo ad apprenderla) la pazienza, poiché il mio maestro ha tenacemente a lungo frequentato e vagato per quelle terre: lui, che ha saputo essere venditore di tappeti, sciamano, mistico e closhard. 

Nella cultura tibetana lamaista, grossa importanza riveste il ruolo del cane. Una leggenda tradizionale lega questi animali alla Sacra Conoscenza del Mistero della Reincarnazione. Infatti la credenza dice che se i monaci, durante la loro vita umana e monacale, non sono stati monaci impeccabili rinascono e si reincarnano con sembianze di cane: perché il cane, animale che può stare così tanto vicino all’uomo, può nuovamente “apprendere”, in un rapporto vivo e fiorente con l’uomo stesso. E’ per questo motivo che nei monasteri si trovano spesso cani che dormono sui cuscini o passeggiano indisturbati e tranquilli: sono amati, trattati amorevolmente e con molta compassione, proprio perché in essi si è anche reincarnato un Fratello. Testimonianze di amici mi dicono che spesso se ne vedono diversi, di cani, che si riparano dal freddo pungente sotto le socche dei monaci.

Un monaco lamaista e il cane

Adi e Tulku, entrando nel mio team e nella mia Jaranga, portano con loro e coi loro nomi questo legame con una terra lontana a me così cara e vicina. Nella speranza che possano contribuire anche loro alla continuazione concreta del nostro progetto, sempre più avvincente, sempre più vero e sempre più vivo. Benvenuti, Adi e Tulku, nello Jaranga Siberian Husky Team!

Viva i Siberian Husky, viva la montagna e la natura e buon cammino!

Dipinto su una parete esterna di una casa in Nepal, raffigurante un cane

 

Per le fotografie del Nepal, ringrazio i miei amici Gigi, Patrizia e Loredana che di recente sono tornati in quelle terre per seguire alcuni progetti della Associazione EcoHimal Italia Onlus.

TOUR DEI TRE LAGHI: piccola esplorazione di una montagna

I viaggi, le esperienze, le avventure finiscono. E bisogna tornare. Bisogna tornare per raccontare e avere nuovamente la forza per ripartire. Con Indi e Ciuk abbiamo scelto di fare della nostra vita una avventura quotidiana: fatta di rinunce, sacrifici, ostacoli ma anche di grandi soddisfazioni. Soprattutto di soddisfazioni.

Un mese e mezzo per organizzare quello che abbiamo chiamato il Tour dei Tre Laghi: ciò che in maniera “leggera” ho definito una piccola esplorazione. In Valtellina, nella zona dei Laghi di Cancano. Un grosso invaso costituito da due dighe, crea a sua volta due bacini: il più piccolo lago di San Giacomo situato nell’area più in profondità dell’alto piano, e per l’appunto il grande lago di Cancano. Il terzo, e decisamente più piccolo dei due precedenti, è il Lago Scale; situato all’inizio di questa meravigliosa zona, vicino al punto della nostra partenza: le Torri di Fraele. Si tratta di due torri di vedetta e difesa, edificate nel XIV secolo. La nostra piccola esplorazione inizia proprio da qui: dalle Torri di Fraele.

Questa esperienza non è stata pensata in funzione dei chilometri da percorrere. Perché, quindi, racchiudere 30 km in tre giorni? L’idea era quella di vivere in autosufficienza, anche per un brevissimo periodo, con i miei cani, spostandoci e muovendoci al traino. In totale isolamento, soprattutto tecnologico. Infatti, siamo stati lontani da telefoni e connessioni: non perché me lo sono imposto, ma proprio perché ai Laghi di Cancano manca il segnale! Giusto per non cadere in tentazione… nonostante della tecnologia farei volentieri a meno.

Insomma, ho accentuato un aspetto che nella mia vita quotidiana è molto marcato: la solitudine. Viverla intensamente e in modo ancor più radicale nel silenzio della natura. E in questi frangenti la compagnia dei cani è risultata preziosa, come il suono della pioggia sul telo della nostra “Jaranga” o lo scorrere delle acque del fiume. Nello zaino ho portato tutto il necessario, per contrastare anche l’eventuale imprevisto: ad esempio ho portato con me un cambio (in previsione della pioggia che puntuale è arrivata), due maglie termiche F-All, fornello Enki Stove Wild elettrico con pannello solare, viveri essenziali, attrezzatura di scorta per i cani (linee, neck, moschettoni, booties, ecc.), la nostra Jaranga moderna, stakeout, un coltello L.E.O, il cibo per i cani e altre suppellettili fondamentali come il mio libretto per le annotazioni, la bussola e la “magic box”, ovvero una scatoletta metallica dove tengo il kit per le emergenze. Il tutto, a pieno carico, con un peso che si avvicinava di molto ai 30 kg.

 

L’ampia strada, il primo freddo stagionale, la pioggia che iniziava a cadere indisturbata e l’alta quota. Tutto quanto di meglio avremmo potuto sperare. Sì, perchè anche l’acqua in questi casi è ‘benedetta’: con la pioggia si è sempre sicuri di poterla trovare. Siamo partiti da una quota di 1.964 mt s.l.m. per arrivare intorno e non di poco superiore ai 2.000 mt s.l.m. E i cani hanno lavorato alla grande. La fortuna è stata quella di individuare un piccolo promontorio a ridosso di un fiume e del lago, dove sistemare il riparo, causa pioggia insistente e battente.

Cosa si prova a tenere un giorno intero (causa maltempo nella giornata di domenica), nella nostra piccola Jaranga di fortuna, due Siberian Husky? Una meraviglia. E’ stato il modo per prepararli anche psicologicamente a situazioni nuove: come per l’appunto restare tante ore – non solo di notte – al riparo, nella nostra “casa” di fortuna di un paio di metri quadrati. Sdraiati, seduti, stesi su di me ma rilassati; mentre ero intento a scrivere alcune pagine di appunti sul mio quadretto in pelle. E mi sono tornate alla mente le molte immagine storiche degli indiani ciukci, nelle quali diversi cani da slitta vivevano coi loro primi e veri musher: ossia figure e personaggi che avevano con la natura un rapporto privilegiato, unico. Erano tutt’uno con la natura, e i cani erano i compagni di lavoro e di vita. Non erano certamente “orpelli” o “macchine” adoperate esclusivamente per delle corse! Insomma, il cane come compagno anche per esplorare nuovi territori. 

 

Ed è stato bello poterli osservare lì, anche nella nostra “Jaranga”, in pace… sazi di quella vita e di quei giorni a contatto con una natura alpina selvaggia e selvatica, agli albori invernali. 

Il lunedì abbiamo ricevuto alcuni dei regali più grandi dalla nostra Madre Terra, e dal Cielo suo sposo: il sole! Tanto voluto, tanto desiderato. Anche la temperatura, sui 5° di giorno e i -4° di notte, era decisamente piacevole con i raggi che penetravano gli indumenti, la pelle, i muscoli e le ossa. 

Ma, come scritto nell’incipit iniziale, bisogna sempre fare ritorno. Così, con monopattino e zaino in spalla, abbiamo percorso la strada del ritorno alle Torri di Fraele esplorando le altre sponde dei laghi. Qui l’ennesima sorpresa, dovuta probabilmente al silenzio e all’isolamento autunnale dell’area: un magnifico Gipeto si è alzato in volo a pochissimi metri da noi: non nascondo di essermi enormemente emozionato. Avevo già visto, su al Passo Gavia, due anni fa, l’Aquila Reale. Ma un Gipeto è animale ancor più raro: sì mi sento maggiormente un privilegiato. 

Le esperienze che viviamo, il modo in cui le affrontiamo generalmente dicono molto della filosofia di vita di chi le realizza. E non importa, credetemi, ‘vincere’ sempre. Anzi, non importa mai ‘vincere’: nella natura non esistono vincitori né vinti. Esiste il rispetto dell’altrui dignità! Ed è questa una lezione che sempre bisogna cercare di apprendere. Quando vivo in solitudine e la solitudine insieme ai mei cani, vivo ciò che ho sempre sognato di fare: nella natura, cercando di trarre più giovamento possibile da essa, poiché l’essere umano è un animale della natura, anche se lo ha dimenticato. Ciò che ho racchiuso in questi tre giorni è l’idea che ho del mushing: un preparare i cani a vivere in simbiosi con me in un contesto ambientale selvatico, affrontando e gestendo l’imprevisto. Il mushing come stile di vita e non solamente come masturbazione agonistica chiamata “sport”! Perché il mushing, se esce dai labirinti del profitto, della competizione, “dell’istituzionalizzazione forzata” può essere uno stupendo baluardo di difesa dell’ambiente e del territorio, poiché ti spinge a vivere e respirare quel medesimo territorio!

Vivete la natura nel vostro quotidiano, nel bosco o nella montagna dietro casa, nel parco di quartiere, lungo i vostri fiumi o corsi d’acqua: vivetela e ascoltatela. E’ il primo passo per tutelare l’unica cosa che ci dà la vita: il nostro spazio terrestre, il nostro ambiente. 

Viva la solitudine, se avete il coraggio di viverla! Viva il silenzio, se avete l’intelligenza di ascoltarlo! Viva la natura e la montagna, se avete l’etica e la dignità del mettervi totalmente al loro servizio. E per quanto mi riguarda, viva i Siberian Husky e viva il mushing.

COME VALORIZZARE LA NATURA? VIVENDOLA NEL QUOTIDIANO

Deleghiamo! La delega responsabile è atteggiamento ormai comune a tutti noi. Si delega su chiunque per non fare nulla. Si delega qualsiasi cosa. Deleghiamo tutto, anche noi stessi. Deleghiamo il tempo stesso della nostra esistenza a qualcun altro. Viviamo vite di altri, soprattutto in quest’epoca così altamente virtuale e “socializzata”. Anche il vivere la natura, dal mare alla montagna, è diventato delega: la si vive attraverso esperienze altrui. Esperienze che facciamo, sia chiaro, sempre più spesso in modo virtuale. Deleghiamo fruizione, valorizzazione e tutela della natura ad altri soggetti differenti da noi stessi; il più delle volte ad istituzioni che, nel loro essere pachidermi risultano lente, inadeguate e spesso contraddittorie. E deleghiamo questo vivere la natura anche a quei soggetti che, anziché viaggiare per se stessi, lo fanno solo ed esclusivamente per la spasmodica ricerca di follower, poiché non più abitanti del mondo ma pseudo cittadini di una followercrazia illusoria che rapisce sempre più vite!Cosa posso fare io, in qualità di cittadino, per la natura? Spesso aspettiamo e attendiamo che siano decisioni (o leggi) imposte dall’alto a mutare i nostri comportamenti. Spesso, quando queste leggi sono assenti, l’uomo comune attua l’unico strumento che conosce: il lamento. Ci si lamenta! Ci si lamenta della scarsa manutenzione dei fiumi e degli argini, delle valli, della non cura e poca pulizia dei sentieri, delle montagne non-vissute. Dei mari inquinati, dei campi inselvatichiti che diventano discariche abusive. Ci si lamenta, e il lamento diviene consuetudine e abitudine terrificante. Si torna a casa e si vive tutto ciò con normalità: “la coscienza è a posto, ho sollevato il problema. Ora aspetto (delegando) che altri intervengano”.

La Costituzione Italiana è sicuramente un buon punto di partenza per agire se vogliamo rispondere alla domanda Cosa posso fare io, in qualità di cittadino, per la natura? 

Certo, bisogna osservare come la Carta con i suoi Principi e i suoi 139 articoli sia divenuta la grande assente del dibattito contemporaneo: politico, sociale, culturale. Perché la Costituzione esige il mettere in pratica, caratteristica assai ardua da rinvenire nell’uomo moderno.

L’Articolo 9 (uno dei 10 di quelli che sono chiamati Principi Fondamentali) afferma ciò: La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. La Repubblica è, letteralmente, la ‘cosa pubblica’, ossia quella cosa di chiunque sia cittadino. Qui affermo subito un’evoluzione ulteriore del concetto: non del cittadino in quanto avente diritti e doveri perché abitante di una Nazione specifica, ma cittadino in quanto persona. Nell’attuale momento storico, considero cittadino ogni individuo umano. Ogni persona, poiché le persone, in quanto uomini, sono cittadini del mondo. La Repubblica è quindi qualche cosa di nostro in quanto persone, in quanto esseri umani. Se la Repubblica tutela la natura e il paesaggio lo fa di certo con le proprie istituzioni, ma ancor prima coi propri cittadini, ossia con le persone che all’interno di quella Nazione vi abitano o vi transitano. 

E torniamo alla nostra domanda: Cosa posso fare io, in qualità di cittadino, per la natura? La Costituzione ci autorizza a tutelare e valorizzare la natura. Ma come?

Conosco una sola risposta: vivendola. Ciascuno di noi vive, lavora o abita in un luogo. Questo luogo, essendo uno spazio, è anche ambiente, natura. 

Vivere la natura è la prima forma di valorizzazione. Non serve nulla di specifico: archiviate il telefono in un cassetto, indossate abiti e scarpe consone e comode, magari uno zaino ed uscite. Camminate lungo i vostri sentieri di montagna, dietro casa. Non serve fare necessariamente ore e ore di viaggio per vivere dei luoghi naturali. La meraviglia del mondo si nasconde dietro i nostri passi, oltre che dentro di noi. Vivendo i sentieri, le salite, le valli, la montagna riacquista vita; viene fruita e quindi viene tutelata e salvaguardata. Vivetela lontano dalle moderne comodità: che squallore le seggiovie, le funivie o i sentieri talmente puliti da sembrare dei parchi urbani. Viva la fatica, i rovi e le ortiche lungo il cammino. Faticate.

Parlo di montagna perché è per me il luogo più familiare, ma il medesimo principio può valere per le pianure, i mari, i fiumi e le campagne. Come ho scelto di vivere la natura? Coi miei cani, i miei Siberian Husky. Il mondo variegato del mushing è uno stile di vita. Essendo tale, non può essere ridotto alla pochezza di competizioni agonistiche. Oltre a queste, che hanno una loro importanza, il mushing mi ha portato ad aumentare sempre di più il rapporto simbiontico con la natura e la montagna. I miei cani mi hanno spinto a viverla nel quotidiano, ascoltando la Terra e la sua lingua millenaria. Io ho scelto questo piccolo modo di vivere la natura, fatto di Siberian Husky, di monopattino, di slitta, di tenda, in solitudine e silenzio… ma ognuno di noi può contribuire concretamente alla tutela di bellezze ambientali inimmaginabili: basta uscire di casa, basta decidere di dedicare anche solo dieci minuti al nostro ambiente. Che non è fatto di grattacieli e cemento ma di alberi, rocce e vette! 

Cosa posso fare io, in qualità di cittadino, per la natura? Viverla nel mio quotidiano, senza aspettare o delegare qualcuno (Istituzione o no) che lo faccia per me.

 

 

I SIBERIAN HUSKY E LA NATURA: UN INNO ALLA LIBERTA’

Ognuno di noi vive la propria esistenza come meglio crede. Al meglio delle proprie capacità e delle proprie forze; secondo lo sviluppo della propria coscienza. Perché la natura non è né democratica né tanto meno egualitaria: è selettiva. E sempre proiettata verso un orizzonte lontano.

Ognuno di noi ha con la montagna – e la natura in genere – un rapporto: chi la fugge, chi la vive, chi la respira, chi se ne innamora, chi vuole arpionarla e comandarla, chi sottometterla, chi pretende di averne il controllo (compreso sugli animali). Ognuno sceglie la maniera più consona di vivere la montagna. Nel mio progetto di esistenza di questi anni ho deciso di viverla coi miei cani: i Siberian Husky. Più che vivere la montagna, i miei cani mi hanno educato nel costruire un rapporto autentico e genuino (a tratti di una semplicità che può apparire ingenua) con la natura e l’ambiente: un rapporto fatto di silenzio, di attimi presenti, di solitudini. Se anni fa ho iniziato ad amare la natura, oggi grazie ai miei cani posso affermare di lavorare alla costruzione di un legame con essa. Un legame forte, indissolubile, che va al di là di qualunque cosa.

Il Siberian Husky è un cane da slitta e come tale trova il suo appagamento mentale, psicologico e spirituale nel lavoro di traino: non un lavoro di pochi minuti, ma un lavoro di ore. Coi miei due cani ho imparato a stare fuori delle ore e giornate intere); e in quelle ore apprezzare ciò che la Madre Terra dona agli occhi di chi sa vedere. I piccoli cristalli della neve, gli animali selvatici che più di una volta abbiamo avuto letteralmente al nostro fianco, le foglie secche nel periodo autunnale; le basse nuvole degli Appennini, l’immensità quasi divina delle Alpi, la visione possente dei ghiacciai. Che sia su terra o su neve (sled-dog) questo lavorare diventa una collaborazione, diventa un avvicendamento di insegnamenti: i cani insegnano a me come io insegno a loro. Più volte ho definito questo rapporto come un rapporto simbiontico. L’ascolto, l’ascolto è la chiave di tutto; la predisposizione all’ascolto e il mettersi in ascolto. E l’ascolto dovrebbe essere prerogativa anche dei rapporti umani. Sarò banale nell’affermalo: non vi è alcun istruttore o educatore cinofilo che possa insegnarvi questo stile di vita; né alcuna istituzione precostituita. Solo un’entità lo può fare: i vostri cani. Una volta un caro amico mi disse che i cani non si allenano ma si preparano: una differenza che credo sostanziale! L’allenamento è finalizzato ad un singolo evento (gara o escursione che sia), la preparazione permette di fronteggiare anche l’imprevisto.

Il mondo del mushing è certamente uno stile di vita affascinante. Mi capita di partecipare a gare e competizioni: sempre bello e coinvolgente. In questi due anni ho avuto la fortuna di partecipare sempre a gare che definirei belle; belle per ciò che ti lasciano e per i rapporti umani che si costruiscono. Affermo che si tratta di fortuna, perché nella miriade di gare che vi sono (soprattutto su terra) il rischio di concorrere in manifestazioni dubbie o poco serie c’era. Ma grazie a Dio così non è stato. E porto nella mia memoria il ricordo di esperienze degne di essere ricordate.

Ma la montagna ha un richiamo per me e i miei cani irresistibile. Esercita un fascino che difficilmente può essere spiegato a parole. Che difficilmente trovo in una competizione agonistica. Stare giorni e notti là fuori, da soli, godendo di una libertà assoluta, senza vincoli di cronometro o di tempo ma per il solo piacere di andare e vivere. Quanta vitalità nei nostri cani! Perché rinchiuderla in un dato spazio se si hanno le opportunità di scatenarla liberamente per giorni e notti intere?

Senza natura e senza montagna non potrei stare; senza i cani non potrei scoprirla al meglio. Quel meglio che piace a me e al mio spirito. Si dice spesso che se si fa il lavoro che più si ama, si avrà la sensazione di non lavorare mai. Bene, questo è il lavoro più bello che si possa fare, almeno dal mio punto di vista. 

Mettersi in ascolto dei cani è creare un rapporto, un rapporto che nasce e si fortifica nel corso del tempo. Ecco perché, in modo blasfemo e parafrasando un passo evangelico, affermo che non di sole gare vive il musher, ma di ogni istante di vita che trascorre coi propri cani. Il cane da slitta, e nello specifico il Siberian Husky, è prima di tutto cultura. Credo, come ha affermato giustamente Filippo Cattaneo in un’intervista che gli feci tempo fa, che il Siberian Husky non sia stato capito. E il motivo, forse, è semplice: è cultura, rappresenta una cultura. Per comprendere il Siberian Husky bisognerebbe capire cos’era il cane siberiano arrivato in Alaska dal popolo Ciukci; bisognerebbe comprendere e conoscere gli indiani Ciukci; bisognerebbe conoscere ogni aspetto culturale (anche ctonio e cultuale) della siberia tradizionale: dai riti religiosi ai riti della caccia, al sistema sociale e artigianale. Ogni cosa. Allora, forse, si potrà comprendere chi era il cane siberiano che trainava slitte e il suo discendente nato in Alaska alla fine degli anni ’30 del ‘900, il Siberian Husky. Non un cane da corsa, ma un cane in grado di svolgere un’attività lavorativa in comunione con l’uomo come soli pochi altri animali sanno fare. Perché è un compagno di vita quotidiana, quella vita quotidiana che è diventata la nostra avventura più bella. Un cane che mai e poi mai ci lascerà nelle difficoltà del tragitto: sempre ci porterà sulla giusta via.

Dove mi porterà il cammino? Non mi ritengo di essere un musher (anche se non nascondo che un domani mi piacerebbe guardarmi allo specchio e dirmi: hai i tuoi cani, stai per fare qualcosa di stupendo. Ora sei un musher. Ma ammetto che è una visione alquanto romanzata e forse romantica della realtà); per essere un musher bisogna avere delle qualità (non solo umane e cinofili ma anche morali). Per esserlo bisogna avere cani in un numero decisamente superiore a due (o a quattro), cosa che come si evince non ho, per ora. Perché due cani da slitta non possono di certo fare un musher. Ma certamente la volontà è quella di avvicinarmi sempre di più a questo mondo per poterne fare parte: perché è un mondo libero, fatto di libertà e – con la giusta dose di forza e coraggio – lontano da condizionamenti esterni che spesso possono essere letali per lo spirito. Perché? Per poter vivere al meglio e andare là, da soli, in mezzo a quel nulla naturalistico che ha tanto valore. In fondo questo è il mio piccolo progetto: poter viaggiare e vivere la natura insieme ai miei cani da slitta.

Viva la natura, viva la montagna, viva il mushing e viva i Siberian Husky.

 

 

 

SULL’IDEA DI MONTAGNA E LA SOLITUDINE DEL FILO D’ERBA

La montagna ha un suo intrinseco fascino. Per molte persone è come un magnete: ti attira lungo i suoi sentieri, lì a toccare, palpare, quasi ossessivamente a “mangiare” ogni parte di essa. Rocce, ruscelli, fiumi, verdi prati, boschi, pinete, querce o faggi; il profumo del legno. L’odore inconfondibile del muschio o quello delle umide foglie che cadono in autunno.

La montagna ha molte facce, anzi molti volti. Può essere arida, acuminata, distensiva, rilassante. Un luogo tormentato soggetto alle intemperie improvvise del tempo. Eppure è un mondo a sé, dove quel “tempo” umano sembra subire gli effetti di un’altra dimensione: veloce, lento, di nuovo veloce. Ma sempre in equilibrio. Tutto scorre senza lasciare traccia, in una immutabilità millenaria. Ho sempre amato la montagna, forse perché più di altri luoghi – al pari probabilmente dei deserti –  racchiude, per farla poi espandere, un senso positivo di solitudine e silenzio. Mi piace chiamarla la solitudine del filo d’erba. Un filo d’erba è un’entità vivente che vive in uno stato di solitudine incredibile: è lì che fluttua all’aria e al vento. Quasi osserva. Eppure, nella sua solitudine, trae forza e robustezza da altri pochi e vicini fili d’erba. Una solitudine costruttiva, che non è isolamento ma la capacita di far rifluire la propria coscienza, di poterla ascoltare. La consapevolezza di essere in questo mondo pur non essendo di questo mondo, per usare antiche parole. Una solitudine che ha, delicatamente, bisogno dell’altro.

La montagna può essere vissuta in tanti modi. In modalità completamente differenti, compatibili o divergenti: c’è chi si dedica all’alpinismo, chi alla corsa d’alta quota, chi semplicemente cammina, chi la esplora in bicicletta. Tanti modi diversi ma accumunati, forse, da quel senso “esplorativo” innato nell’uomo. Dal quell’antico bisogno – quasi genetico – che l’essere umano ha di riscoprirsi in contatto con la natura. Anche la più estrema.

Indi, Ciuk e il loro essere Siberian Husky è il mio modo di vivere la montagna. Anzi, il nostro modo. I Siberian Husky sono ovviamente cani da grandi spazi, grandi praterie e grandi pianure innevate. Cani da e per lunghe distanze; che che vanno alla scoperta, perché per loro la linea dell’orizzonte non è altro che un punto fermo immaginario da superare. Essendo dei gran lavoratori, anche le dure salite di montagna, con loro, appaiono meno impegnative (differente è il discorso per le discese, soprattutto a piedi, ma qui è un’altra storia).

 

 

 

 

 

 

I miei cani mi hanno insegnato a guardare la montagna in un modo nuovo: a restare sempre vigile, in ascolto, attento. Non solo con la vista e l’udito, ma mediante tutti i sensi insieme. 

Ogni volta che per svariati motivi torno in quello che chiamo “mondo della in-civiltà”, ossia quello delle città, quello di un essere umano che ha smarrito il senso di sé, dell’altro e di ciò che lo circonda, resisto ben poco. La montagna è lì, con tutta la sua ricca povertà che ci invita a riprendere quota, anche in senso simbolico. Salire, andare, camminare, spingere (col monopattino o in slitta) è un richiamo irresistibile e il semplice fatto di accettarlo e assecondarlo è una vittoria per il corpo, la mente e lo spirito. Con Indi e Ciuk ho iniziato molto lentamente, con uscite di poche ore; le ore sono poi divenute giornate intere, le giornate singole si sono trasformate in uscite di due o tre giorni. Quest’ultime sono diventate periodi più lunghi, anche di nove, dieci o dodici giorni. E ogni volta sento, con i miei cani, la necessità di prolungare sempre più…

Cosa fare tutti quei giorni? Quello che la montagna suggerisce: nulla! Godersi e viversi il singolo momento presente. La tenda è la nostra compagna di viaggio, la nostra grotta artificiale, o una moderna Jaranga come più volte l’ho chiamata. Abbiamo fatto già diverse esperienze, dall’autunno all’inverno alla primavera: Indi, Ciuk ed io. E ancora faremo; in termini di escursioni e di scoperte di più giorni. Cercando di aumentare sempre più la nostra permanenza in una natura così meravigliosa. 

Ma adesso la montagna chiama, la montagna chiama sempre più e il suo richiamo, unito alla voglia di andare dei Siberian Husky, mi fa dire che lavoreremo per vivere quello che è, per loro, l’ambiente più appropriato: la neve. L’ambiente solitario e bianco con le sue purezze. Tenda, neve e Siberian Husky. Perché fare qualcosa di duraturo e lungo su neve è un nostro chiodo fisso da qualche mese… Come diceva un antico popolo: “Adagia il tuo orecchio sulla terra. La senti battere? Ti suggerisce il cammino, la tua strada. Lascia tutto e segui te stesso”.

Perché la montagna chiama. Perché i suoi spazi, i suoi boschi e suoi luoghi rompono questa quiete estiva. Sarà ora di partire?