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COME VALORIZZARE LA NATURA? VIVENDOLA NEL QUOTIDIANO

Deleghiamo! La delega responsabile è atteggiamento ormai comune a tutti noi. Si delega su chiunque per non fare nulla. Si delega qualsiasi cosa. Deleghiamo tutto, anche noi stessi. Deleghiamo il tempo stesso della nostra esistenza a qualcun altro. Viviamo vite di altri, soprattutto in quest’epoca così altamente virtuale e “socializzata”. Anche il vivere la natura, dal mare alla montagna, è diventato delega: la si vive attraverso esperienze altrui. Esperienze che facciamo, sia chiaro, sempre più spesso in modo virtuale. Deleghiamo fruizione, valorizzazione e tutela della natura ad altri soggetti differenti da noi stessi; il più delle volte ad istituzioni che, nel loro essere pachidermi risultano lente, inadeguate e spesso contraddittorie. E deleghiamo questo vivere la natura anche a quei soggetti che, anziché viaggiare per se stessi, lo fanno solo ed esclusivamente per la spasmodica ricerca di follower, poiché non più abitanti del mondo ma pseudo cittadini di una followercrazia illusoria che rapisce sempre più vite!Cosa posso fare io, in qualità di cittadino, per la natura? Spesso aspettiamo e attendiamo che siano decisioni (o leggi) imposte dall’alto a mutare i nostri comportamenti. Spesso, quando queste leggi sono assenti, l’uomo comune attua l’unico strumento che conosce: il lamento. Ci si lamenta! Ci si lamenta della scarsa manutenzione dei fiumi e degli argini, delle valli, della non cura e poca pulizia dei sentieri, delle montagne non-vissute. Dei mari inquinati, dei campi inselvatichiti che diventano discariche abusive. Ci si lamenta, e il lamento diviene consuetudine e abitudine terrificante. Si torna a casa e si vive tutto ciò con normalità: “la coscienza è a posto, ho sollevato il problema. Ora aspetto (delegando) che altri intervengano”.

La Costituzione Italiana è sicuramente un buon punto di partenza per agire se vogliamo rispondere alla domanda Cosa posso fare io, in qualità di cittadino, per la natura? 

Certo, bisogna osservare come la Carta con i suoi Principi e i suoi 139 articoli sia divenuta la grande assente del dibattito contemporaneo: politico, sociale, culturale. Perché la Costituzione esige il mettere in pratica, caratteristica assai ardua da rinvenire nell’uomo moderno.

L’Articolo 9 (uno dei 10 di quelli che sono chiamati Principi Fondamentali) afferma ciò: La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. La Repubblica è, letteralmente, la ‘cosa pubblica’, ossia quella cosa di chiunque sia cittadino. Qui affermo subito un’evoluzione ulteriore del concetto: non del cittadino in quanto avente diritti e doveri perché abitante di una Nazione specifica, ma cittadino in quanto persona. Nell’attuale momento storico, considero cittadino ogni individuo umano. Ogni persona, poiché le persone, in quanto uomini, sono cittadini del mondo. La Repubblica è quindi qualche cosa di nostro in quanto persone, in quanto esseri umani. Se la Repubblica tutela la natura e il paesaggio lo fa di certo con le proprie istituzioni, ma ancor prima coi propri cittadini, ossia con le persone che all’interno di quella Nazione vi abitano o vi transitano. 

E torniamo alla nostra domanda: Cosa posso fare io, in qualità di cittadino, per la natura? La Costituzione ci autorizza a tutelare e valorizzare la natura. Ma come?

Conosco una sola risposta: vivendola. Ciascuno di noi vive, lavora o abita in un luogo. Questo luogo, essendo uno spazio, è anche ambiente, natura. 

Vivere la natura è la prima forma di valorizzazione. Non serve nulla di specifico: archiviate il telefono in un cassetto, indossate abiti e scarpe consone e comode, magari uno zaino ed uscite. Camminate lungo i vostri sentieri di montagna, dietro casa. Non serve fare necessariamente ore e ore di viaggio per vivere dei luoghi naturali. La meraviglia del mondo si nasconde dietro i nostri passi, oltre che dentro di noi. Vivendo i sentieri, le salite, le valli, la montagna riacquista vita; viene fruita e quindi viene tutelata e salvaguardata. Vivetela lontano dalle moderne comodità: che squallore le seggiovie, le funivie o i sentieri talmente puliti da sembrare dei parchi urbani. Viva la fatica, i rovi e le ortiche lungo il cammino. Faticate.

Parlo di montagna perché è per me il luogo più familiare, ma il medesimo principio può valere per le pianure, i mari, i fiumi e le campagne. Come ho scelto di vivere la natura? Coi miei cani, i miei Siberian Husky. Il mondo variegato del mushing è uno stile di vita. Essendo tale, non può essere ridotto alla pochezza di competizioni agonistiche. Oltre a queste, che hanno una loro importanza, il mushing mi ha portato ad aumentare sempre di più il rapporto simbiontico con la natura e la montagna. I miei cani mi hanno spinto a viverla nel quotidiano, ascoltando la Terra e la sua lingua millenaria. Io ho scelto questo piccolo modo di vivere la natura, fatto di Siberian Husky, di monopattino, di slitta, di tenda, in solitudine e silenzio… ma ognuno di noi può contribuire concretamente alla tutela di bellezze ambientali inimmaginabili: basta uscire di casa, basta decidere di dedicare anche solo dieci minuti al nostro ambiente. Che non è fatto di grattacieli e cemento ma di alberi, rocce e vette! 

Cosa posso fare io, in qualità di cittadino, per la natura? Viverla nel mio quotidiano, senza aspettare o delegare qualcuno (Istituzione o no) che lo faccia per me.

 

 

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I SIBERIAN HUSKY E LA NATURA: UN INNO ALLA LIBERTA’

Ognuno di noi vive la propria esistenza come meglio crede. Al meglio delle proprie capacità e delle proprie forze; secondo lo sviluppo della propria coscienza. Perché la natura non è né democratica né tanto meno egualitaria: è selettiva. E sempre proiettata verso un orizzonte lontano.

Ognuno di noi ha con la montagna – e la natura in genere – un rapporto: chi la fugge, chi la vive, chi la respira, chi se ne innamora, chi vuole arpionarla e comandarla, chi sottometterla, chi pretende di averne il controllo (compreso sugli animali). Ognuno sceglie la maniera più consona di vivere la montagna. Nel mio progetto di esistenza di questi anni ho deciso di viverla coi miei cani: i Siberian Husky. Più che vivere la montagna, i miei cani mi hanno educato nel costruire un rapporto autentico e genuino (a tratti di una semplicità che può apparire ingenua) con la natura e l’ambiente: un rapporto fatto di silenzio, di attimi presenti, di solitudini. Se anni fa ho iniziato ad amare la natura, oggi grazie ai miei cani posso affermare di lavorare alla costruzione di un legame con essa. Un legame forte, indissolubile, che va al di là di qualunque cosa.

Il Siberian Husky è un cane da slitta e come tale trova il suo appagamento mentale, psicologico e spirituale nel lavoro di traino: non un lavoro di pochi minuti, ma un lavoro di ore. Coi miei due cani ho imparato a stare fuori delle ore e giornate intere); e in quelle ore apprezzare ciò che la Madre Terra dona agli occhi di chi sa vedere. I piccoli cristalli della neve, gli animali selvatici che più di una volta abbiamo avuto letteralmente al nostro fianco, le foglie secche nel periodo autunnale; le basse nuvole degli Appennini, l’immensità quasi divina delle Alpi, la visione possente dei ghiacciai. Che sia su terra o su neve (sled-dog) questo lavorare diventa una collaborazione, diventa un avvicendamento di insegnamenti: i cani insegnano a me come io insegno a loro. Più volte ho definito questo rapporto come un rapporto simbiontico. L’ascolto, l’ascolto è la chiave di tutto; la predisposizione all’ascolto e il mettersi in ascolto. E l’ascolto dovrebbe essere prerogativa anche dei rapporti umani. Sarò banale nell’affermalo: non vi è alcun istruttore o educatore cinofilo che possa insegnarvi questo stile di vita; né alcuna istituzione precostituita. Solo un’entità lo può fare: i vostri cani. Una volta un caro amico mi disse che i cani non si allenano ma si preparano: una differenza che credo sostanziale! L’allenamento è finalizzato ad un singolo evento (gara o escursione che sia), la preparazione permette di fronteggiare anche l’imprevisto.

Il mondo del mushing è certamente uno stile di vita affascinante. Mi capita di partecipare a gare e competizioni: sempre bello e coinvolgente. In questi due anni ho avuto la fortuna di partecipare sempre a gare che definirei belle; belle per ciò che ti lasciano e per i rapporti umani che si costruiscono. Affermo che si tratta di fortuna, perché nella miriade di gare che vi sono (soprattutto su terra) il rischio di concorrere in manifestazioni dubbie o poco serie c’era. Ma grazie a Dio così non è stato. E porto nella mia memoria il ricordo di esperienze degne di essere ricordate.

Ma la montagna ha un richiamo per me e i miei cani irresistibile. Esercita un fascino che difficilmente può essere spiegato a parole. Che difficilmente trovo in una competizione agonistica. Stare giorni e notti là fuori, da soli, godendo di una libertà assoluta, senza vincoli di cronometro o di tempo ma per il solo piacere di andare e vivere. Quanta vitalità nei nostri cani! Perché rinchiuderla in un dato spazio se si hanno le opportunità di scatenarla liberamente per giorni e notti intere?

Senza natura e senza montagna non potrei stare; senza i cani non potrei scoprirla al meglio. Quel meglio che piace a me e al mio spirito. Si dice spesso che se si fa il lavoro che più si ama, si avrà la sensazione di non lavorare mai. Bene, questo è il lavoro più bello che si possa fare, almeno dal mio punto di vista. 

Mettersi in ascolto dei cani è creare un rapporto, un rapporto che nasce e si fortifica nel corso del tempo. Ecco perché, in modo blasfemo e parafrasando un passo evangelico, affermo che non di sole gare vive il musher, ma di ogni istante di vita che trascorre coi propri cani. Il cane da slitta, e nello specifico il Siberian Husky, è prima di tutto cultura. Credo, come ha affermato giustamente Filippo Cattaneo in un’intervista che gli feci tempo fa, che il Siberian Husky non sia stato capito. E il motivo, forse, è semplice: è cultura, rappresenta una cultura. Per comprendere il Siberian Husky bisognerebbe capire cos’era il cane siberiano arrivato in Alaska dal popolo Ciukci; bisognerebbe comprendere e conoscere gli indiani Ciukci; bisognerebbe conoscere ogni aspetto culturale (anche ctonio e cultuale) della siberia tradizionale: dai riti religiosi ai riti della caccia, al sistema sociale e artigianale. Ogni cosa. Allora, forse, si potrà comprendere chi era il cane siberiano che trainava slitte e il suo discendente nato in Alaska alla fine degli anni ’30 del ‘900, il Siberian Husky. Non un cane da corsa, ma un cane in grado di svolgere un’attività lavorativa in comunione con l’uomo come soli pochi altri animali sanno fare. Perché è un compagno di vita quotidiana, quella vita quotidiana che è diventata la nostra avventura più bella. Un cane che mai e poi mai ci lascerà nelle difficoltà del tragitto: sempre ci porterà sulla giusta via.

Dove mi porterà il cammino? Non mi ritengo di essere un musher (anche se non nascondo che un domani mi piacerebbe guardarmi allo specchio e dirmi: hai i tuoi cani, stai per fare qualcosa di stupendo. Ora sei un musher. Ma ammetto che è una visione alquanto romanzata e forse romantica della realtà); per essere un musher bisogna avere delle qualità (non solo umane e cinofili ma anche morali). Per esserlo bisogna avere cani in un numero decisamente superiore a due (o a quattro), cosa che come si evince non ho, per ora. Perché due cani da slitta non possono di certo fare un musher. Ma certamente la volontà è quella di avvicinarmi sempre di più a questo mondo per poterne fare parte: perché è un mondo libero, fatto di libertà e – con la giusta dose di forza e coraggio – lontano da condizionamenti esterni che spesso possono essere letali per lo spirito. Perché? Per poter vivere al meglio e andare là, da soli, in mezzo a quel nulla naturalistico che ha tanto valore. In fondo questo è il mio piccolo progetto: poter viaggiare e vivere la natura insieme ai miei cani da slitta.

Viva la natura, viva la montagna, viva il mushing e viva i Siberian Husky.

 

 

 

SULL’IDEA DI MONTAGNA E LA SOLITUDINE DEL FILO D’ERBA

La montagna ha un suo intrinseco fascino. Per molte persone è come un magnete: ti attira lungo i suoi sentieri, lì a toccare, palpare, quasi ossessivamente a “mangiare” ogni parte di essa. Rocce, ruscelli, fiumi, verdi prati, boschi, pinete, querce o faggi; il profumo del legno. L’odore inconfondibile del muschio o quello delle umide foglie che cadono in autunno.

La montagna ha molte facce, anzi molti volti. Può essere arida, acuminata, distensiva, rilassante. Un luogo tormentato soggetto alle intemperie improvvise del tempo. Eppure è un mondo a sé, dove quel “tempo” umano sembra subire gli effetti di un’altra dimensione: veloce, lento, di nuovo veloce. Ma sempre in equilibrio. Tutto scorre senza lasciare traccia, in una immutabilità millenaria. Ho sempre amato la montagna, forse perché più di altri luoghi – al pari probabilmente dei deserti –  racchiude, per farla poi espandere, un senso positivo di solitudine e silenzio. Mi piace chiamarla la solitudine del filo d’erba. Un filo d’erba è un’entità vivente che vive in uno stato di solitudine incredibile: è lì che fluttua all’aria e al vento. Quasi osserva. Eppure, nella sua solitudine, trae forza e robustezza da altri pochi e vicini fili d’erba. Una solitudine costruttiva, che non è isolamento ma la capacita di far rifluire la propria coscienza, di poterla ascoltare. La consapevolezza di essere in questo mondo pur non essendo di questo mondo, per usare antiche parole. Una solitudine che ha, delicatamente, bisogno dell’altro.

La montagna può essere vissuta in tanti modi. In modalità completamente differenti, compatibili o divergenti: c’è chi si dedica all’alpinismo, chi alla corsa d’alta quota, chi semplicemente cammina, chi la esplora in bicicletta. Tanti modi diversi ma accumunati, forse, da quel senso “esplorativo” innato nell’uomo. Dal quell’antico bisogno – quasi genetico – che l’essere umano ha di riscoprirsi in contatto con la natura. Anche la più estrema.

Indi, Ciuk e il loro essere Siberian Husky è il mio modo di vivere la montagna. Anzi, il nostro modo. I Siberian Husky sono ovviamente cani da grandi spazi, grandi praterie e grandi pianure innevate. Cani da e per lunghe distanze; che che vanno alla scoperta, perché per loro la linea dell’orizzonte non è altro che un punto fermo immaginario da superare. Essendo dei gran lavoratori, anche le dure salite di montagna, con loro, appaiono meno impegnative (differente è il discorso per le discese, soprattutto a piedi, ma qui è un’altra storia).

 

 

 

 

 

 

I miei cani mi hanno insegnato a guardare la montagna in un modo nuovo: a restare sempre vigile, in ascolto, attento. Non solo con la vista e l’udito, ma mediante tutti i sensi insieme. 

Ogni volta che per svariati motivi torno in quello che chiamo “mondo della in-civiltà”, ossia quello delle città, quello di un essere umano che ha smarrito il senso di sé, dell’altro e di ciò che lo circonda, resisto ben poco. La montagna è lì, con tutta la sua ricca povertà che ci invita a riprendere quota, anche in senso simbolico. Salire, andare, camminare, spingere (col monopattino o in slitta) è un richiamo irresistibile e il semplice fatto di accettarlo e assecondarlo è una vittoria per il corpo, la mente e lo spirito. Con Indi e Ciuk ho iniziato molto lentamente, con uscite di poche ore; le ore sono poi divenute giornate intere, le giornate singole si sono trasformate in uscite di due o tre giorni. Quest’ultime sono diventate periodi più lunghi, anche di nove, dieci o dodici giorni. E ogni volta sento, con i miei cani, la necessità di prolungare sempre più…

Cosa fare tutti quei giorni? Quello che la montagna suggerisce: nulla! Godersi e viversi il singolo momento presente. La tenda è la nostra compagna di viaggio, la nostra grotta artificiale, o una moderna Jaranga come più volte l’ho chiamata. Abbiamo fatto già diverse esperienze, dall’autunno all’inverno alla primavera: Indi, Ciuk ed io. E ancora faremo; in termini di escursioni e di scoperte di più giorni. Cercando di aumentare sempre più la nostra permanenza in una natura così meravigliosa. 

Ma adesso la montagna chiama, la montagna chiama sempre più e il suo richiamo, unito alla voglia di andare dei Siberian Husky, mi fa dire che lavoreremo per vivere quello che è, per loro, l’ambiente più appropriato: la neve. L’ambiente solitario e bianco con le sue purezze. Tenda, neve e Siberian Husky. Perché fare qualcosa di duraturo e lungo su neve è un nostro chiodo fisso da qualche mese… Come diceva un antico popolo: “Adagia il tuo orecchio sulla terra. La senti battere? Ti suggerisce il cammino, la tua strada. Lascia tutto e segui te stesso”.

Perché la montagna chiama. Perché i suoi spazi, i suoi boschi e suoi luoghi rompono questa quiete estiva. Sarà ora di partire?

VIA DELLE VETTE: COSA ABBIAMO PORTATO NEL NOSTRO ZAINO?

Non sarà il resoconto di sette giorni della nostra partecipazione al dog trekking Via delle Vette. Anche perché thedogventure ha già provveduto puntualmente a pubblicare un articolo raccontando cosa è stato: Via delle Vette – Dog Trekking in Alta Valle Camonica

Di esperienze come la Via delle Vette, io e i miei cani, ne abbiamo fatte diverse; eppure mi sento di affermare come questa sia stata la prima volta in cui si è creato un gruppo – umano e canino – affiatato e in sinergia sino alla fine, se di fine si può trattare. 

I dog trekking di gruppo hanno certamente la bellezza della condivisione, la condivisione di un’esperienza che, nello stile di thedogventure, è spesso al limite dell’estremo dove le comodità sono spesso ridotte al minimo perché ciò che conta è vivere il proprio cane ventiquattr’ore su ventiquattro, dormendo in tenda, in regime di semi autosufficienza. Ovviamente nella pi totale sicurezza. Anche perché, in questo caso, i chilometri non erano eccessivi (108 km) ma il dislivello (11.680 mt) ha sicuramente caratterizzato un’incognita e una difficoltà nello scegliere il tipo di materiale da portare. Perché quando si fanno dei dog trekking (e i trekking in generale) saper fare lo zaino è fondamentale, uno zaino che deve contenere non solo il nostro necessario, ma anche e soprattutto quello dei cani. Dico soprattutto perché il cane resta il punto fermo da cui parto, sempre. E questo a maggior ragione quando affronto esperienze – in dog trekking o in monopattino (monopattino rigorosamente myfootbike Italia) – che mi hanno portato a stare fuori più e più giorni, anche in solitaria, con l’esclusiva compagnia dei miei cani. Perché io posso farmi anche male, posso infortunarmi, posso avere carenze alimentari, ma i cani no, mai: se i cani stanno bene ho l’assoluta certezza che essi possono, anche in un momento di difficoltà, “riportarmi a casa”. E qui entra in gioco la fiducia che bisogna ciecamente avere nei confronti dei propri cani. 

Per la Via delle Vette non è stato semplice fare lo zaino. In realtà non è mai semplice. Anche perché fare lo zaino non è un lavoro a riempire, ma a togliere. Avere cioè la capacità di portarsi dietro l’indispensabile pensando anche all’insorgere dell’imprevisto, perché credetemi – soprattutto su uscite di più giorni – l’imprevisto può divenire realtà. Ci sono decine e decine di libri che elencano come preparare uno zaino. Io vi consiglio l’ultimo che ho letto, L’arte di fare lo zaino di Andrea Mattei, Ediciclo Editore. Un libretto agile che oltre a suggerirvi il materiale fondamentale, fa – di questo materiale – una narrazione storica a dir poco strabiliante. 

Dal 26 maggio al 3 giugno si è svolto la Via delle Vette, e quest’anno l’incognita meteo è stata tanta. L’Alta Valle Camonica è un territorio meraviglioso; solo a livello paesaggistico il dog trekking organizzato da thedogventure si era già preannunciato meraviglioso. Ma cosa portare? Cosa infilare dentro il nostro “maledetto” zaino?

 

Il primo dato che sono andato a verificare è stato il meteo e le probabili temperature. Questo perché le possibili piogge (che si sarebbero poi abbattute in quei giorni) davano la forte probabilità di una grande umidità che col sole caldo avrebbe alzato le temperature per poi, durante la sera e la notte, abbassarle repentinamente, soprattutto in quota, sopra i 1900 mt e i 2100 mt. E così è stato. Visto ciò, ho subito optato per portare con me pochi indumenti: due maglie termiche (manica lunga e manica corta) e un cambio termico pesante da usare in tenda nelle ore notturne. Utilizzo, in queste occasioni e in tutto ciò che faccio coi miei cani, maglie termiche F-ALL: un’azienda italiana che, avvalendosi della più alta tecnologia per realizzare capi d’abbigliamento termico e tecnico, progetta, realizza e produce interamente in Italia, nel suo stabilimento in provincia di Mantova. Sono maglie che non mi hanno mai deluso: usate in inverno a -20°, come a +20° in primavera o estate. Il segreto? Un’elevata capacità di assorbimento del sudore; per quelle invernali e pesanti un bassissimo tasso di dispersione del calore corporeo; per quelle primaverili a maniche corte un’elevata capacità traspirante. In più, come è stato per la Via delle Vette, facilmente lavabili (anche nell’acqua di un fiume) e dall’asciugatura rapida: fondamentale per chiunque viaggia per più giorni e, per ragioni di spazio-peso, ha necessariamente un cambio abiti ridotto. Avere l’indumento termico pesante da usare di notte mi ha permesso di utilizzare un sacco a pelo leggero (quasi un sacco lenzuolo): piccolo, comodo e appunto leggero, in modo da non portar via spazio nello zaino e non influire sul peso da trasportare sulla schiena. Anzi, di notte faceva persino caldo, alle volte!

Il resto dell’abbigliamento è stato questo: due paia di pantaloni e il cambio di indumenti intimi. Poca ma indispensabile “roba”. Fondamentale è stato il poncho, che preferisco al normale k-way; perché? Il poncho copre anche lo zaino e, come è successo durante la Via delle Vette, di fronte a rovesci improvvisi è facile e veloce da indossare; in più permette un’areazione leggermente maggiore del k-way poiché dotato di più aperture. Insomma, si evita  “l’effetto serra” che mi da particolarmente noia.

Immancabile insieme a me, oltre al cappello, sono due oggetti fondamentali: la kefiah e il coltello. La kefiah, questo enorme telo proveniente dal mondo arabo, è uno strumento duttile, quasi infinito: può proteggerci dal sole, può essere un morbido pezzo di stoffa da mettere sulle spalle e sentire meno gli spallacci dello zaino, può divenire un telo da stendere su di un prato. L’ho usata in mille modi: qualche mese fa, quando feci un’escursione di tre-quattro giorni in monopattino da solo coi miei cani, è stata la mia tovaglia per bere il thé caldo 😉 

Il coltello. Un buon coltello non è solo “lama” ma è anche manico, impugnatura. La lama serve per tagliare, aprire… ma un buon manico può avere anche altre funzioni: ad esempio, essere un piccolo martello per colpire i picchetti della tenda se il terreno è particolarmente duro. Un buon coltello è quindi fondamentale. Da qualche mese sto facendo la conoscenza, oltre ad usarlo in maniera assidua, di un coltello della Coltelleria Scintilla di Treviso chiamato L.E.O. (Law Enforcement Only). Un’ottima lama e un’ottima impugnatura. Lama fissa, ovviamente. Non troppo grande, facile da portare e rapido nell’utilizzo. Un coltello leggero, che pesa solo 195 gr, in acciaio con impugnatura antiscivolo e percussore posteriore. Il coltello può farti uscire da situazioni impreviste.

Il resto che ho “buttato” nello zaino, cercando di seguire un criterio di distribuzione del peso, è stato il piccolo occorrente quotidiano: un bicchiere in alluminio con moschettone (da agganciare in realtà all’esterno dello zaino); spazzolino da denti; sapone di Marsiglia, asciugamano sintetico, borraccia in metallo, quadernetto per gli appunti, una matita; una scatoletta metallica con all’interno del cotone, dei fiammiferi e del filo interdentale; una bussola. Una lambada frontale con batterie di riserva; una macchina fotografica. Un caricatore portatile. E (purtroppo) il telefono cellulare.

In una normale escursione, si potrebbe dire che forse è tutto qui. Forse…

Comunque, non è tutto qui perché “qui” ho anche i cani. Quindi, ovviamente, non possono mancare gli imbraghi: utilizzo quelli della SBK ITALIA, azienda artigianale italiana dalla qualità eccelsa e che utilizza solo materiali prodotti in Italia. Sono imbraghi da lavoro che adoperano materiale ad alta resistenza e molto performanti, e sicuramente non realizzati con ‘cartone’ per giocare al “guadagno facile e al risparmio assoluto”! Collari, di cui due di scorta, sempre SBK ITALIA. Tre tipologie di linee: due linee doppie (che consentono ai cani di lavorare l’uno a fianco all’altro), di cui una di riserva; una linea per due cani ma con attacchi sfalzati (un cane davanti all’altro): questo perché se ci si fosse imbattuti in un sentiero molto stretto, magari a strapiombo, usando questa linea avrei tenuto i cani in sicurezza. Due moschettoni; altri piccoli moschettoni di scorta; due neck line; una cintura d’arrampicata alla quale agganciare la linea, e quindi i cani. Una bottiglia d’acqua vuota da utilizzare come riserva idrica per i cani, qualora sul percorso non ne avessimo incontrata per chilometri: grazie al cielo, nella Via delle Vette di acqua ce n’era fin troppa! Infine, l’immancabile stake-out coi picchetti!

Ah, ovviamente tutto l’occorrente di primo soccorso: cerotti, garze, disinfettante, ecc. Che vada bene sia a me che ai cani. 

Avrò elencato tutto? Sicuramente quasi tutto l’occorrente c’è. Anche se al termine di ogni esperienza, sia essa in solitaria o di gruppo, mi accorgo sempre di cosa potevo portare e cosa avrei potuto lasciare a casa. Perché in fondo, come ho letto recentemente in un libro, fare lo zaino è proprio un’arte!

La Via delle Vette è stata per noi un’esperienza meravigliosa, unica. Dove ogni cosa è andata praticamente alla perfezione. Thedogventure ha organizzato il tutto in maniera precisa e oculata. E i cani, miei e degli altri partecipanti, sono stati fenomenali. Vederli lavorare con così tanta intensità, per sette giorni di fila e su dislivelli non semplici, e vederli trainare il pesante fardello umano alle loro spalle, è stato grandisono. E poi la sera, quando appagati si rifugiavano in tenda con me… Tutto questo conferma quanto mi piace dire ormai da diverso tempo: più giorni, e con la tenda, fa bene ai cani. Fa bene all’uomo. Fa bene al rapporto uomo-cane e cane-uomo. Ma soprattutto è l’ideale per mettere in comunicazione lo spirito umano con quello del cane e della natura.

 

Buoni dog trekking a tutti e buon cammino… Aspettando l’arrivo della nuova ed entusiasmante stagione su neve!

 

TESTAMENTO DI CHI ‘GIOCA’ A FARE IL TRAPPER

La morte è limpida, trasparente, regolare; la morte non mente, non si nasconde. E’ pronta! Sempre presente. Un’inseparabile compagna di viaggio. La morte non ci inganna; è sincera, leale. Attenta; dolce oppure dura e crudele. Ma mai è in balia del caso. La morte è ciò che di più vero ci riserva la vita. La vita è un’illusione perché non siamo mai nati; la morte una costante, anche se in fondo non siamo mai morti… Il viaggio continua anche quando decidiamo di interromperlo.

 

Lascio le lacrime a chi ha il coraggio di gioire e di soffrire

Lascio i sogni a quanti decidono di non arrendersi

Lascio i princìpi a chi crede nella propria dignità

Lascio le albe passate a meditare

Lascio i miei cani a chi saprà ‘ascoltarli’

 

Lascio l’imparzialità, il distacco e il dubbio

Lascio la coscienza a quanti sapranno cercare se stessi

Lascio l’inutilità dei beni materiali…

Lascio i libri a quanti saranno capaci di continuare ad avere la mente aperta e libera

 

Lascio il corpo, ma anche lo spirito. Il nulla mi attira

Lascio il saper godere delle cose semplici e frugali

Lascio la capacità di osservare…

Lascio il senso della scoperta a chi sa assecondare le proprie passioni

Lascio il mio zaino a chi saprà fare a meno delle “cose del mondo”: a chi si porterà solo l’indispensabile

 

Lascio l’invidia a chi non si conosce

Lascio la speranza a chi saprà usufruirne

Lascio il coltello a quanti sapranno farne buon uso: bisogna recidere le abitudini e le consuetudini

Lascio l’odio a chi saprà redimersi

 

Lascio la penna e il taccuino a quanti sanno utilizzare le parole come “realtà” espansa della propria anima

Lascio le mie scarpe a chi non ha una meta e ha compreso che è il solo viaggio ad essere importante

Lascio la corda a chi saprà fare i nodi: coltivate i legami, ma con distacco

 

Camminate, siate sempre in viaggio: da soli, col vostro cane, coi vostri amici. Siate furbi e saggi: lasciate tutto e seguite voi stessi. Camminate. Camminate e rischiate! La felicità è un diritto. Prendetevi questo diritto; pretendetelo! Camminate, ma fate anche questo: condividete la vostra storia, perché ciascuno di voi non solo ha una storia, ma è una storia!

Buon cammino…

ALLA RICERCA DI SE STESSI: ULTRA TRAIL E MONTAGNA. INTERVISTA A NICOLA BASSI

Questa volta – e spero mi perdoniate – non tratterò né di qualche traversata o escursione con Indi e Ciuk, né di cani da slitta in generale. Conosceremo, attraverso la storia di un ‘atleta’ italiano, un modo differente di vivere la montagna e la natura. Un mondo che sto imparando a conoscere, ancora dall’esterno, ma che sempre più mi attira e mi incuriosisce. Un mondo dove l’essere umano, solo col proprio spirito, si trova a vivere il vero volto della montagna: quello della natura selvaggia.

Ho conosciuto le imprese, le avventure e la persona di Nicola Bassi grazie ad un partner in comune: F-ALL, azienda leader nella produzione di abbigliamento termico. 

Mi piace definire Nicola Bassi un ‘atleta di altri tempi’: persona capace di abnegarsi totalmente verso un obiettivo stabilito, lottando e cercando di farlo proprio non con finalità esclusivamente agonistiche, con l’ansia da risultato, ma per l’intrinseco spirito d’avventura. Per la sfida – se così si può chiamare – con se stessi. 

L’ultima sua impresa è stata la Black Baikal Race, che lo ha visto come unico finisher! 

Conosciamo meglio l’ultra trailer di Castiglione delle Stiviere.

Nicola Bassi, una domanda apparentemente semplice ma che nasconde una discreta dose di insidie: chi sei?

Non sono un atleta nel senso più puro del termine. Mi piacciono troppe attività per concentrarmi in modo ossessivo su una sola: la corsa, la montagna, la bici. Diciamo che la cosa per me più importante è il mettermi alla prova in un’avventure che comporti la reale possibilità di fallire, qualcosa da cui imparare seriamente per migliorare. Non quelle ‘garette’ spacciate per estreme con il “materiale obbligatorio” e un regolamento che non permetta ai concorrenti di prendere freddo. Mi piacciono le esperienze vere, che comportino effettive conseguenze alle decisioni dell’individuo. E ho scelto per l’appunto discipline che assecondino questa mia idea.

a) Alla Black Baikal Race 2018

Come nasce la tua passione per gli ultra trailer e la montagna?

Sin da piccolo sono sempre stato affascinato dalla montagna e ho iniziato molto giovane ad approcciarmi alle scalate e all’arrampicata. Più l’alpinismo, che l’arrampicata pura, è la mia grande passione. Pareti enormi, tracciati difficili, mettersi in gioco con se stessi. Sicuramente il fattore rischio è quello che inconsciamente fa amare a molti questo genere di attività. Il rischio accettato, gestito e superato penso porti ad un senso di auto realizzazione che difficilmente troviamo negli sport. La passione per la corsa è nata come allenamento per le grandi salite. Quando poi ho iniziato a lavorare il tempo per la montagna si è ristretto drasticamente, ed è stato per me naturale spostarmi verso gli ultra trail.

Nicola Bassi e l’arrampicata
La passione per l’alpinismo

Che senso ha ‘fare’ l’ultra trailer?

Non credo si possa “giocare” a fare l’ultra trailer. Per sopportare determinati livelli di stress e fatica, sia in allenamento che in gara, penso si debba avere qualcosa dentro, nel profondo, qualcosa che ci muove e ci fa tenere duro e non mollare in nessuna situazione. Mi viene da dire che non si può fare l’ultra trailer ma si è un ultra trailer, nella corsa come in tutto ciò che facciamo. Un voler portare a compimento tutto quello che si intraprende.

Sei stato l’unico finisher della Black Baikal Race. Ci racconti come sono stati quei giorni tra freddo, ghiaccio, vento in uno dei luoghi più ostili all’uomo?

Intensi e veri, questa è la prima cosa che mi viene in mente. Il freddo, il vento che attanaglia la pelle, tutte sensazioni che mi sento rivivere al solo pensiero. Si, sicuramente molto dura dal punto di vista fisico, questo ovvio, ma credo che il dispendio maggiore sia stato mentale. L’incognita di camminare sul ghiaccio non è da sottovalutare. Sicuramente la prima notte passata completamente solo sul lago, con una bufera pazzesca, mi ha messo a dura prova. Ma credo che l’esperienza accumulata precedentemente in montagna in condizioni delicate mi abbia aiutato molto a restare calmo e a gestire al meglio la situazione.

b) Alla Black Baikal Race 2018

E’ bello sapere che da qualche parte in una foresta c’è una capanna dove è possibile qualcosa di non troppo distante dalla gioia di vivere”. Così, Sylvain Tesson, conclude il suo libro Nelle foreste Siberiane dove racconta la sua esperienza di vita per diversi mesi sulle rive del Lago Bajkal. Tu, a differenza dello scrittore francese, hai partecipato ad una gara in quel luogo, ma nonostante questo, ti ritrovi in queste parole? Che sensazioni hai provato?

Sicuramente vedendo alcune piccole capanne sulle rive del lago, disperse a km e km dai paesi più vicini, ho pensato a qualcosa di simile. Il cielo terso, l’aria pulita; però mi viene anche da pensare alla durezza della vita quando si vive in determinati ambienti, l’ostilità di certe condizioni climatiche e quanto le cose più semplici possano diventare complicate. Tutto si trasforma in una lotta e un tener duro, e credo che quando si impara a sopravvivere in queste condizioni non si possa trovare altro che la pace e la soddisfazione in se stessi. Non è forse questo che noi cerchiamo nelle ultra?

c) Alla Black Baikal Race 2018
d) Alla Black Baikal Race 2018

Hai partecipato a molti ultra trail – in Italia e all’estero -, tra i quali diverse edizioni della Grande Corsa Bianca e la Ronda dels Cims. Come ci si prepara per affrontare questo tipo di competizioni?

Ovviamente un eccellente preparazione fisica, inutile entrare nei dettagli sull’allenamento. Mi viene da dire che per quanto uno si possa allenare, arrivato il giorno prima della gara penserà sempre di non essersi allenato abbastanza. Poi conta molto l’aspetto mentale: quello più delicato e difficile da forgiare. Una somma di esperienze precedenti che vanno a formare non solo l’ultra trailer, ma la persona stessa ed il suo modo di reagire e compiere tutto ciò che si prefigge. 

Sempre parlando di preparazione, immagino siano molti i parametri che monitori ed osservi: alimentazione, allenamenti, riposi… Quale per te risulta la fase più importante per portare a termine un ultra trail? 

Credo che ogni fattore sia strettamente correlato con gli altri. L’allenamento sarebbe inutile senza un adeguato riposo e così via. Essenziale, dal mio punto di vista, è che ognuno trovi il proprio equilibrio in ciò che fa per arrivare a dare il meglio di sé.

Che cos’è per te la montagna? Quale significato le dai?

La montagna sicuramente è la mia più grande passione. Il luogo in cui si racchiudono i miei sogni. Un banco di prova che non regale niente a nessuno, con un obiettività estrema dove il gioco non si fa più gioco ed ognuno risponde in prima persona di ciò che fa e di ciò che vuole essere. Un luogo senza folla e clamori dove ciascuno cerca di compiere le proprie piccole imprese per se stesso. A differenza del trail il fattore rischio c’è e sta a noi tenerlo in considerazione e gestirlo o altrimenti fare dietro front e tornare a valle. Un’attività in cui nessuno ci dice quale sia il “materiale obbligatorio” e dove non si può barare; ognuno deve imparare a conoscere bene i propri limiti, ciò che può o non può permettersi di affrontare, perché le conseguenze potrebbero essere molto più serie di una maglia da finisher mancata.

Nicola Bassi (al centro): unico finisher della Black Baikal Race 2018

Che rapporto hai con la natura, il silenzio e la solitudine? (perché comunque, le gare a cui partecipi hanno una cospicua dose di questi tre elementi)

 

Direi buono. Evito le città e la gente ii più possibile. Sicuramente le molte ore di allenamento e di gare sempre soli aiutano e portano necessariamente ad un introspezione profonda, spesso troppo profonda… Si impara a conoscere e stessi, i propri difetti, le proprie debolezze. Alcuni cercano di migliorarsi, per un motivo o per l’altro. Credo che sia questa voglia di reagire e resistere, di migliorarsi, che alla lunga fa la differenza e ci permette di portare a compimento piccole imprese che noi stessi ritenevamo impossibili.

Puoi dirci quali saranno le tue prossime imprese?

Certo, ci mancherebbe, non capisco proprio quelli che tengono nascosto e mezzo segreto il loro piano gare…

A fine maggio Azores Trail Run (125 km 5000D+) ; Luglio Ronda dels Cimes (170km 13.500D+) ; Settembre Echappe Belle (144km 10.900D+); 

Ma l’impresa a cui tengo di più e che ho in cantiere da parecchio è un tentativo di percorrere in velocità un tracciato alpinistico nelle Dolomiti Bellunesi. Un percorso interamente su cenge spioventi e lunghi tratti in arrampicata libera. Credo che nessuno fino ad ora lo abbia percorso interamente no-stop. Ci sto lavorando…quella si sarebbe un impresa… 

Per concludere. So che hai avuto un cane, con il quale hai condiviso le corse libere in mezzo ai boschi. Ci racconti qualcosa di più sul tuo cane?

Certo, era una femmina di bracco tedesco a pelo raso, Simba. Era veramente un bravo cane, ruffiana come poche, con un enorme passione per la frutta e per le coccole ovviamente. Una grande compagna di avventure.

Con la fedele compagna Simba

Informazioni utili: potete seguire Nicola Bassi sui suoi canali Facebook e Instagram

LA ‘BIANCA CORSA’ DI INDI E CIUK: UN’AVVENTURA DI CUI FARE TESORO

La Corsa Bianca. Non più a piedi ma con uno scooter fat appositamente pensato per la neve. A differenza della scorsa edizione, quest’anno la neve è scesa abbondante: eravamo elettrizzati, contenti. Anche se rappresentava un’incognita.

Siamo partiti da Monno, un piccolo paese sulla strada che conduce al Passo del Mortirolo, alle ore 21 di venerdì 9 febbraio, sotto una lieve nevicata che ci avrebbe accompagnato per un paio d’ore. Sapevamo dove andare, ma non avevamo idea di come in realtà si sarebbe presentato il percorso. E infatti le difficoltà non si sono fatte attendere. Dopo pochissimi chilometri, la neve si è rivelata un ostacolo arduo, complesso. Più del previsto. Ma la montagna non può essere prevedibile, altrimenti perderebbe di fascino. Non vi era un fondo abbastanza duro da poter reggere il peso del monopattino (che mi sono visto costretto a portare a mano) né il normale peso di una persona. Così, anche sulle salite più ripide, gli scarponi affondavano nella neve fresca, quasi molle, e le ruote del monopattino faticavano a girare. Se non fosse stato per i miei cani non sarei mai riuscito ad arrivare al checkpoint di Trivigno. Indi e Ciuk mi hanno letteralmente trainato, tirato e trascinato fuori dalla neve.

Indi e Ciuk poco dopo l’alba

Passate le prime salite e i primi chilometri, e lasciatoci alle spalle il punto di controllo presso Malga Mola, il percorso presentava finalmente delle discese: anche qui, causa la neve pesante, rimanere sul monopattino era ostico. I cani lavoravano bene e si procedeva anche ad una buona andatura, ma, appena prendevamo un minimo di velocità, restare in piedi e in equilibrio sullo scooter fat era difficile: le tante cadute erano inevitabili.

Una delle salite prima di Malga Mola

Indi e Ciuk continuavano a fare i Siberiani e vederli lavorare così mi dava la forza psicologica per proseguire. L’imprevedibilità della montagna e degli agenti atmosferici avevano trasformato il tutto in una sfida eccezionale. Poco prima di raggiungere il checkpoint di Guspessa, presso una baita privata, davanti a noi una impervia discesa: un budello di strada molto stretto tra gli alberi; ripido, dove non mancavano balzi e salti. Ho sganciato Indi e Ciuk dalla linea di traino e li ho attaccati alla cintura da dogtrekking. Mi sono seduto a terra e via… coi cani lungo la discesa, fino alla fine: loro, che correvano, e io seduto nella neve che venivo trainato fino in fondo. Arrivati alla fine, ho assicurato i cani ad un albero e sono tornato a prendere lo scooter. Arrivati al checkpoint, siamo stati accolti da chi gestiva la piccola baita. I cani attaccati ad uno stakeout improvvisato e io all’interno, in attesa di ripartire, ad asciugarmi i vestiti accanto alla stufa a legna. Forse è vero che la Grade Corsa Bianca ha in sé, a livello intrinseco, qualcosa del Grande Nord: i luoghi, le difficoltà, la solitudine…e l’accoglienza e disponibilità delle persone che si incontrano.

I cani arrivati a Guspessa
La Grande Corsa Bianca è anche questo: l’incontro e la condivisione

Solo alle 5.15 circa siamo riusciti a ripartire; sapevo del cancello orario di Trivigno e le probabilità di arrivare in tempo erano poche, ma le condizioni della neve andavano migliorando. Dovevo tentare. Dopo una breve salita e un tratto in piano, una discesa di poco meno di 5 km circa, con il nostro immancabile ghiaccio (ne sentivamo la mancanza 😉 ). Ma ero conscio che lo scooter fat sul ghiaccio non avrebbe dato problemi. Così ci siamo lanciati di corsa lungo la strada che conduce a Doverio. Tutta al galoppo e al trotto veloce. Poi un imbocco sulla destra, su di una strada innevata, ma battuta alla perfezione, dove la neve reggeva bene. Indi e Ciuk andavano ancora di gran passo.

Probabilmente ai più non dirà nulla, e sembrerà addirittura infantile, ma dopo la fatica dei primi 18 km vedere i miei cani con quella voglia di andare, con quella voglia di trottare, è stata una grande gioia.

Si sale e si sale…verso Trivigno, dopo la discesa che porta a Doverio

Eravamo arrivati così ad una spianata, prima di ricominciare a salire in direzione Trivigno. Qui, siamo stati accolti dalla montagna e dal suo spirito: soli, a goderci un’alba stupenda. L’azzurro del cielo, la neve bianca e cristallina, i miei cani. Non avrei potuto chiedere di meglio. E non credo di riuscire ad esprimere a parole ciò che i miei sensi hanno percepito, le emozioni che ho vissuto, abbracciando Indi e Ciuk, in mezzo a quella meraviglia.

Dopo un’ora davanti a noi ci era apparsa, quasi come la biblica Terra Promessa, il checkpoint di Trivigno. Qui ho capito quanto i Siberian Husky sanno essere cani straordinari: nonostante la fatica, Indi e Ciuk sono arrivati galoppando. Dopo averli visti lavorare così intensamente, vederli galoppare dopo 35 km percorsi, di cui 18 in condizioni davvero difficili e complesse, ha un valore importante: il lavoro di preparazione svolto è stato soddisfacente.

Silenzio e solitudine all’alba
Orgoglioso dei miei compagni di avventura

A Trivigno finì la nostra avventura causa ritardo e quindi chiusura del cancello orario. E’ andata così: il piccolo rimpianto di non essere arrivati in tempo per proseguire, ma la grande soddisfazione di aver visto i miei siberiani lavorare al meglio. Ed è ciò che più è importante per me.

Quest’anno mi sono molto concentrato su questo appuntamento; un lavoro non solo muscolare e di forza, ma soprattutto mentale. E devo dire che la strada intrapresa a settembre ha dato i frutti sperati. I dati che ho raccolto nell’arco della stagione mi permetteranno di migliorare sicuramente. Il rapporto che ho con i miei cani è sempre più intenso e forte. Questo è il vero segreto: complicità e condivisione.

La Corsa Bianca 2018 mi ha davvero dato molto, perché le conoscenze che ho sul potenziale dei miei cani sono molte di più, anche in condizioni particolarmente complesse. Ho faticato con loro… ma che soddisfazione vederli lavorare così bene!

Indi e Ciuk allo stakeout a Trivigno

Tirando un po’ le somme, per quanti l’hanno fatta coi cani penso sia stata ugualmente una grande avventura. Bello è aver osservato come forte sia stato lo spirito di aiuto reciproco: chi con una parola di conforto, chi nell’aspettare l’altro nel mettere le ciaspole, chi nel passare la borraccia con l’acqua o le batterie di ricambio e chi, come un paio di buoni matti, ha deciso, per superare le avversità, di unire i propri team con una linea da sei. Eravamo tutti su quel muro di neve, a scalarlo coi cani che ci tiravano fuori, lì in fila, a dirci: “Tutto ok? Dai, forza, non molliamo”. In modo diverso, avevamo qualcuno che dall’alto ci spronava a non arrenderci. Qualcuno che abbiamo pensato e portato con noi su quelle montagne, in mezzo a quella neve.

Non essere arrivati alla fine è un fallimento? Non essere arrivati fino in fondo è una sconfitta? Non credo. E’ ciò che insegna la montagna. Nel bene e nel male, è una perfetta metafora dello scorrere della vita umana. Ci sono le difficoltà, e spesso il traguardo vero è saperle affrontare e superare.

La Grande Corsa Bianca è così: non è una gara ma un vivere intensamente la montagna. E questa volta la montagna ci ha messo di fronte una neve difficile. E’ un fallimento? No, perché abbiamo fatto tesoro di questa esperienza. L’anno prossimo probabilmente saremo ancora nella piazza di Monno, Indi, Ciuk ed io per tentare di ripercorrere i nostri 87 km.

Viva i Siberian Husky, viva il mushing!

 

Post Scrittum

Ringrazio gli organizzatori della Grande Corsa Bianca, che conosco nelle splendide persone di Marco Berni e Mario Sterli. Disponibili e pazienti nell’assecondare noi coi nostri compagni a quattro zampe. Li ringrazio perché hanno saputo creare, insieme ai volontari e a quanti con loro lavorano, un evento che va al di là della competizione, della gara. Che è un qualcosa di chi fa della montagna uno stile di vita.

Un grande grazie a tutto il team dei super veterinari: dott. Sergio Maffi, Dott.ssa Sara Caretti, Dott. Federico Sgorbati, Dott.ssa Roberta Marchina e tutto il loro staff. Sempre presenti e disponibili.

Ringrazio i compagni d’avventura che ho incontrato lungo i primi chilometri e quanti coi cani hanno partecipato. Tutti col giusto spirito. E’ stato davvero bello.

Ringrazio sinceramente quanti mi stanno vicino in queste follie, mie e dei miei cani: Myfootbike Italia; SBK Italia – sport and job for your dog!; F-ALL; Club Laguna Blu; Agricampeggio La Luna e il Falò; Allevamento Keral’ghin – Siberian Husky; AleCod; MaurizioBonetti Photography; FrancescaCodina Photography, Arti Tipografiche Induno. Persone che credono nel nostro progetto, nei nostri valori e nell’amore che abbiamo per la natura e per i cani.

Ringrazio Filippo Cattaneo che mi è saputo stare vicino anche tutto questo anno di preparazione.

Ringrazio chi mi trasmette questo virus ogni giorni e ogni ora: Marco Ossola, un super musher e un amico. Davvero grazie, perché senza il suo aiuto non sarei riuscito a preparare questa avventura.

Infine ringrazio ciò che di più importate ho conosciuto in questi due anni: Indi e Ciuk. Amici, Siberian Husky, compagni di avventura. Lo dico chiaramente: siamo solo all’inizio! Ma nel nostro ‘calendario’ abbiamo inserito esperienze importanti da qui ai prossimi anni… la strada è tracciata: basta seguirla…

SULLO SLED-DOG (SUL MUSHING) E DINTORNI…

Lo sled-dog. I cani, la neve e la slitta: l’obiettivo di ogni musher! Mi sono interrogato in questi ultimi mesi, osservando e dialogando con diversi mushers, cosa sia lo sled-dog. Sul mushing e sulla figura del musher ho già avuto modo di esporre il mio pensiero: sia per iscritto, sia pubblicamente (con amici e conoscenti).

1. Il musher Marco Ossola e il suo team di Hound Norvegesi durante la Traversata Balla Coi Lupi ed. 2016

Ma lo sled-dog cos’è? Come ricorda la parola inglese, si tratta dell’attività di andare in slitta coi propri cani da slitta. La prima cosa che ho notato è che lo sled-dog non è in via esclusiva un “fare le gare”, né indissolubilmente legato alle gare. In secondo luogo esso è altresì strettamente connesso alla neve e alla slitta: ogni musher che si rispetti ha, ovviamente, la neve e la slitta tra i suoi massimi obiettivi. Ammiro e trovo eccezionali quei mushers che fanno centinaia di chilometri quasi ogni settimana e ogni notte per assecondare la voglia di neve e di sled-dog dei propri cani. Che condividono la loro vita coi cani. Felici di conoscerne diversi: e di chiamare alcuni di loro amici.

2. A sinistra: il musher Lele Scarioni con uno dei suoi cani da slitta; a destra: uno dei suoi stakeout immerso nel silenzio della natura

Come ho scritto poc’anzi, non ho trovato legami stretti tra lo sled-dog e il “fare gare”. Questa forse è l’ennesima prova che il mushing non è un’attività sportiva! Non può essere uno sport. È uno stile di vita; e lo sarà sempre, fino a quando ci sarà anche un solo musher che deciderà di uscire al tramonto, imbragare i cani, agganciarli alla tug line e alla tow line e con queste alla slitta (o al carrello) e trascorrere con loro intere giornate e intere notti al freddo; rincasando anche due o tre giorni dopo. In fondo non può proprio essere uno sport. Pensiamoci bene, e provo ad estremizzare ed esasperare l’esempio: una qualunque attività sportiva è limitata agli allenamenti e alla prestazione agonistica della gara (o se amatoriale ai soli allenamenti o simili); un normale sportivo ha una vita “normale”. Può andare liberamente in vacanza ovunque, senza limiti di tempo; può uscire tutte le sere che vuole; può fare un lavoro che lo porta lontano da casa per settimane o mesi. Un musher che ha lo sled-dog e il mushing come parte integrante delle sue cellule non può essere né un atleta né uno sportivo vero e proprio: la vita coi cani, proprio perché è uno stile di vita, ti condiziona piacevolmente 365 giorni all’anno, ventiquattr’ore su ventiquattro. E non si tratta di un organizzarsi, ma una libera scelta.

3. Marco Ossola e il suo team durante un’uscita sul Moncenisio in preparazione della stagione su neve

Scrivo tutto questo perché credo che nello sled-dog – come attività evidente del musher – la gara, intesa come competizione sportiva agonistica competitiva, sia poco importante. Mi spiego meglio. Parlando con differenti mushers, in loro ho notato un pensiero che mi è particolarmente piaciuto, che così possiamo riassumere: “La gara, non è nemmeno la punta del nostro iceberg di vita coi cani. In alcuni casi della gara possiamo farne a meno”. E questo è meraviglioso. Come altrettanto meraviglioso è sentirli testimoniare un altro postulato: “Quando ti iscrivi ad una gara di media e lunga distanza (così come in una sprint), se il risultato arriva, bene: sei contento per i tuoi cani. Ma se non arriva e i tuoi cani compiono ugualmente il loro lavoro, devi ugualmente ritenerti contento e soddisfatto”.

4. Lele Scarioni col suo team di Alaskan Husky

Questo perché i cani sono l’unico elemento fondamentale: il passare ore e giornate con loro, immersi nel totale silenzio della natura. Uno degli aspetti che fa essere una persona un musher è la voglia di stare coi propri cani da slitta, di condividerne emozioni, esperienze: di poter crescere in simbiosi con essi. Un musher non farà mai il musher e l’attività di sled-dog solo per fare gare: sarebbe una bestemmia. Fare sled-dog è vivere i propri cani, portarli ad assecondare la loro natura di cani da slitta. Chi ha detto che lo sed-dog è un’attività agonistica sportiva che implica esclusivamente gare? So di musher che fanno una sola competizione all’anno, e a volte nemmeno quella: ma percorrono centinaia di chilometri per il solo amore dello stare coi cani.

5. Filippo Cattaneo, musher e allevatore, col suo team di Siberian Husky

Se pensiamo anche alla storia, le prime gare sono fatte non da atleti né da sportivi: ma da cercatori d’oro, avventurieri e uomini liberi. Queste gare si svilupparono nel Nord America, in Alaska; erano sì gare, ma fatte per vedere quali erano i cani migliori, i più forti, i più resistenti e i più veloci. Si può dire che ancora oggi, le gare, vedono al centro il cane? In alcuni casi ho dei fortissimi dubbi. Se il cane fosse davvero al centro, il vero protagonista, perché ad esempio fare gare (prevalentemente su terra) a settembre, fine marzo, aprile e addirittura maggio? Forse perché quello che conta è, oggi, solo l’aspetto agonistico umano?!?!

6. Il musher Giuseppe Prampolini col suo team di Siberian Husky
7. In alto: il legame che il musher crea coi suoi cani va al di là delle semplici parole; in basso: il team di Alaskan Husky di Giuseppe Prampolini durante la Traversata Balla Coi Lupi ed. 2017

Relativi a discorsi recenti a cui ho assistito riguardanti nuovi sviluppi della disciplina, disquisizioni su regolamenti, affiliazioni, federazioni, eventi e competizioni, a decine di parole lette e qualche dibattito, ho constatato una cosa – e non solo io: da tutto ciò mancano i cani. Si sente parlare per l’appunto di regolamenti, di affiliazioni, di enti di promozione sportiva, di federazioni, di eventi e competizioni accompagnate sempre più da roboanti aggettivi e superlativi assoluti; ma in tutto questo, i cani dove sono finiti? Perché, ad esempio, gare in luoghi geografici caldi e umidi, con temperature superiori ai 15° e 20° ve ne sono ancora parecchie! L’altra sera ho provato, in maniera del tutto truffaldina e quasi sciocca, a chiedere ai miei cani se preferiscono una gara X da una gara Y; se preferiscono un ente X da una ente Y; una federazione X da una federazione Y. Beh, non ci crederete, ma non hanno risposto. Credo vividamente che ai cani da slitta importi solo che la loro natura venga assecondata. Le gare, i regolamenti, le strutture gerarchiche di potere, politiche ed economiche, di tesseramenti e quant’altro, a loro non interessa. Sono gli uomini che vogliono tutto questo. E sempre di più mi sto purtroppo convincendo che in molti partecipano alle gare solo per soddisfare la propria voglia di competizione, la propria voglia di prevalere (sportivamente parlando) sull’altro.

8. Alcuni momenti dell’avventura alla Polardistance 2017 del musher Luca Fontana e il suo team di Siberian Husky

Le gare sono belle e occasioni da non perdere se nascono dalla voglia di mettere il cane al centro, di incontrare amici, di scambiare opinioni, di stare insieme (gare così, grazie a Dio, ci sono e continueranno ad esserci). Le gare debbono essere anche quel momento per dare la possibilità a quanti, amanti dello sled-dog, cercano piste battute per poterlo praticare: al di là di essere musher professionisti. Ma le gare non sono tutto! Personalmente, i momenti più incredibili e significativi per i miei cani e per me li ho vissuti lontano dai circuiti di gare, in un clima di tranquillità psicofisica quasi anacronistica: in mezzo alle Alpi o sugli Appennini tra mushers che al centro del loro progetto hanno solo i loro cani.

9. Svezia 2017: il team di Luca Fontana negli spazi sconfinati della natura selvaggia

In alcune competizioni però quello che noto è un crescente e preoccupante spirito agonistico che coi cani centra ben poco. Certo, federazioni, enti, associazioni sono importantissime: ma al centro debbono esserci i cani da slitta; altrimenti sono solo giochi frutto del carattere umano! Appagamento autoreferenziale di quell’umanità volta a far prevalere se stessa a scapito di tutto!

10. Il musher Ettore Kamm nel bianco più totale col suo team di cani da slitta, durante la Traversata Balla Coi Lupi

Affermo ciò, perché ormai troppo spesso si vedono sul podio solo i (presunti) musher: sempre meno cani finiscono con le medaglie al collo. Mi piacerebbe che in Italia si adottasse un piccolo gesto significativo: premiare tutti i cani dal primo all’ultimo. Questo perché un cane da slitta se vi porta da un punto A (partenza) ad un punto B (arrivo) compie il suo lavoro e per ciò va premiato. Lui, non l’essere umano, che è solo un tramite, un conduttore. Mi piacerebbe che chiunque vada a podio (perché comunque in una gara un podio e una classifica ci devono essere) ci vada col proprio cane: questa è purtroppo un’abitudine che in pochi hanno (e basta vedere le fotografie: dalle gare di sled-dog su neve e terra alle gare di quelle attività derivate da esso quali il canicross, il dogsocooter e il bikejoring). Mi piacerebbe che si gareggiasse ciascuno col proprio/i cane/i. Mi piacerebbe che il cane da slitta – in tutte le sue varianti etologiche (ma pur sempre da slitta, ossia selezionato per tale compito) – torni il vero protagonista. Perché i cani non possono parlare; ma se lo spirito umano si insinua anche nel profondo di queste attività, allora tutto è a rischio estinzione.

11. A sinistra: un momento della Traversata Balla Coi Lupi del team di Ettore Kamm; a destra: Ettore Kamm sul podio di Splugen 2018 (fotografia di Marco Quaraniello – http://www.spynight.net) . Perché un vero musher sa che il merito dei risultati è solo dei cani e del lavoro di squadra: sul podio, un vero musher, mette il proprio cane con al collo la meritata medaglia. Perché i cani vengono sempre prima di tutto.

 

Quello che finora ho imparato è che il mushing è uno stile di vita; che lo sled-dog è un assecondare la voglia di neve dei cani da slitta; e che tutto questo viene fatto nel massimo rispetto delle leggi della natura e degli animali. Che sono ben differenti dalla pochezza dello spirito di certi uomini! Il mushing è come una sorta di “religione” panteista legata alla natura e lo sled-dog il suo rito e la sua cerimonia più sacra!

12. Il musher Piero Natali col suo team di Siberian Husky, con il quale ha condiviso centinaia di avventure
13. Il team di Alaskan Husky di Piero Natali durante un’uscita di preparazione per la stagione invernale
14. Piero Natali e gli Alaskan Husky nell’ormai imperdibile appuntamento della Traversata Balla Coi Lupi, sugli Appennini.

Viva i cani da slitta; buon cammino e, per una volta mi sia permesso scriverlo (nonostante non mi senta un musher), good mushing a tutti!

15. Marco Ossola e Lucinda (una delle sue leaders): il rapporto che il musher crea coi suoi cani è di assoluta complicità
16. Il musher Antonio Ballatore col suo team di Alaskan Husky durante l’Alpentrail ed. 2004