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TESTAMENTO DI CHI ‘GIOCA’ A FARE IL TRAPPER

La morte è limpida, trasparente, regolare; la morte non mente, non si nasconde. E’ pronta! Sempre presente. Un’inseparabile compagna di viaggio. La morte non ci inganna; è sincera, leale. Attenta; dolce oppure dura e crudele. Ma mai è in balia del caso. La morte è ciò che di più vero ci riserva la vita. La vita è un’illusione perché non siamo mai nati; la morte una costante, anche se in fondo non siamo mai morti… Il viaggio continua anche quando decidiamo di interromperlo.

 

Lascio le lacrime a chi ha il coraggio di gioire e di soffrire

Lascio i sogni a quanti decidono di non arrendersi

Lascio i princìpi a chi crede nella propria dignità

Lascio le albe passate a meditare

Lascio i miei cani a chi saprà ‘ascoltarli’

 

Lascio l’imparzialità, il distacco e il dubbio

Lascio la coscienza a quanti sapranno cercare se stessi

Lascio l’inutilità dei beni materiali…

Lascio i libri a quanti saranno capaci di continuare ad avere la mente aperta e libera

 

Lascio il corpo, ma anche lo spirito. Il nulla mi attira

Lascio il saper godere delle cose semplici e frugali

Lascio la capacità di osservare…

Lascio il senso della scoperta a chi sa assecondare le proprie passioni

Lascio il mio zaino a chi saprà fare a meno delle “cose del mondo”: a chi si porterà solo l’indispensabile

 

Lascio l’invidia a chi non si conosce

Lascio la speranza a chi saprà usufruirne

Lascio il coltello a quanti sapranno farne buon uso: bisogna recidere le abitudini e le consuetudini

Lascio l’odio a chi saprà redimersi

 

Lascio la penna e il taccuino a quanti sanno utilizzare le parole come “realtà” espansa della propria anima

Lascio le mie scarpe a chi non ha una meta e ha compreso che è il solo viaggio ad essere importante

Lascio la corda a chi saprà fare i nodi: coltivate i legami, ma con distacco

 

Camminate, siate sempre in viaggio: da soli, col vostro cane, coi vostri amici. Siate furbi e saggi: lasciate tutto e seguite voi stessi. Camminate. Camminate e rischiate! La felicità è un diritto. Prendetevi questo diritto; pretendetelo! Camminate, ma fate anche questo: condividete la vostra storia, perché ciascuno di voi non solo ha una storia, ma è una storia!

Buon cammino…

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ALLA RICERCA DI SE STESSI: ULTRA TRAIL E MONTAGNA. INTERVISTA A NICOLA BASSI

Questa volta – e spero mi perdoniate – non tratterò né di qualche traversata o escursione con Indi e Ciuk, né di cani da slitta in generale. Conosceremo, attraverso la storia di un ‘atleta’ italiano, un modo differente di vivere la montagna e la natura. Un mondo che sto imparando a conoscere, ancora dall’esterno, ma che sempre più mi attira e mi incuriosisce. Un mondo dove l’essere umano, solo col proprio spirito, si trova a vivere il vero volto della montagna: quello della natura selvaggia.

Ho conosciuto le imprese, le avventure e la persona di Nicola Bassi grazie ad un partner in comune: F-ALL, azienda leader nella produzione di abbigliamento termico. 

Mi piace definire Nicola Bassi un ‘atleta di altri tempi’: persona capace di abnegarsi totalmente verso un obiettivo stabilito, lottando e cercando di farlo proprio non con finalità esclusivamente agonistiche, con l’ansia da risultato, ma per l’intrinseco spirito d’avventura. Per la sfida – se così si può chiamare – con se stessi. 

L’ultima sua impresa è stata la Black Baikal Race, che lo ha visto come unico finisher! 

Conosciamo meglio l’ultra trailer di Castiglione delle Stiviere.

Nicola Bassi, una domanda apparentemente semplice ma che nasconde una discreta dose di insidie: chi sei?

Non sono un atleta nel senso più puro del termine. Mi piacciono troppe attività per concentrarmi in modo ossessivo su una sola: la corsa, la montagna, la bici. Diciamo che la cosa per me più importante è il mettermi alla prova in un’avventure che comporti la reale possibilità di fallire, qualcosa da cui imparare seriamente per migliorare. Non quelle ‘garette’ spacciate per estreme con il “materiale obbligatorio” e un regolamento che non permetta ai concorrenti di prendere freddo. Mi piacciono le esperienze vere, che comportino effettive conseguenze alle decisioni dell’individuo. E ho scelto per l’appunto discipline che assecondino questa mia idea.

a) Alla Black Baikal Race 2018

Come nasce la tua passione per gli ultra trailer e la montagna?

Sin da piccolo sono sempre stato affascinato dalla montagna e ho iniziato molto giovane ad approcciarmi alle scalate e all’arrampicata. Più l’alpinismo, che l’arrampicata pura, è la mia grande passione. Pareti enormi, tracciati difficili, mettersi in gioco con se stessi. Sicuramente il fattore rischio è quello che inconsciamente fa amare a molti questo genere di attività. Il rischio accettato, gestito e superato penso porti ad un senso di auto realizzazione che difficilmente troviamo negli sport. La passione per la corsa è nata come allenamento per le grandi salite. Quando poi ho iniziato a lavorare il tempo per la montagna si è ristretto drasticamente, ed è stato per me naturale spostarmi verso gli ultra trail.

Nicola Bassi e l’arrampicata
La passione per l’alpinismo

Che senso ha ‘fare’ l’ultra trailer?

Non credo si possa “giocare” a fare l’ultra trailer. Per sopportare determinati livelli di stress e fatica, sia in allenamento che in gara, penso si debba avere qualcosa dentro, nel profondo, qualcosa che ci muove e ci fa tenere duro e non mollare in nessuna situazione. Mi viene da dire che non si può fare l’ultra trailer ma si è un ultra trailer, nella corsa come in tutto ciò che facciamo. Un voler portare a compimento tutto quello che si intraprende.

Sei stato l’unico finisher della Black Baikal Race. Ci racconti come sono stati quei giorni tra freddo, ghiaccio, vento in uno dei luoghi più ostili all’uomo?

Intensi e veri, questa è la prima cosa che mi viene in mente. Il freddo, il vento che attanaglia la pelle, tutte sensazioni che mi sento rivivere al solo pensiero. Si, sicuramente molto dura dal punto di vista fisico, questo ovvio, ma credo che il dispendio maggiore sia stato mentale. L’incognita di camminare sul ghiaccio non è da sottovalutare. Sicuramente la prima notte passata completamente solo sul lago, con una bufera pazzesca, mi ha messo a dura prova. Ma credo che l’esperienza accumulata precedentemente in montagna in condizioni delicate mi abbia aiutato molto a restare calmo e a gestire al meglio la situazione.

b) Alla Black Baikal Race 2018

E’ bello sapere che da qualche parte in una foresta c’è una capanna dove è possibile qualcosa di non troppo distante dalla gioia di vivere”. Così, Sylvain Tesson, conclude il suo libro Nelle foreste Siberiane dove racconta la sua esperienza di vita per diversi mesi sulle rive del Lago Bajkal. Tu, a differenza dello scrittore francese, hai partecipato ad una gara in quel luogo, ma nonostante questo, ti ritrovi in queste parole? Che sensazioni hai provato?

Sicuramente vedendo alcune piccole capanne sulle rive del lago, disperse a km e km dai paesi più vicini, ho pensato a qualcosa di simile. Il cielo terso, l’aria pulita; però mi viene anche da pensare alla durezza della vita quando si vive in determinati ambienti, l’ostilità di certe condizioni climatiche e quanto le cose più semplici possano diventare complicate. Tutto si trasforma in una lotta e un tener duro, e credo che quando si impara a sopravvivere in queste condizioni non si possa trovare altro che la pace e la soddisfazione in se stessi. Non è forse questo che noi cerchiamo nelle ultra?

c) Alla Black Baikal Race 2018
d) Alla Black Baikal Race 2018

Hai partecipato a molti ultra trail – in Italia e all’estero -, tra i quali diverse edizioni della Grande Corsa Bianca e la Ronda dels Cims. Come ci si prepara per affrontare questo tipo di competizioni?

Ovviamente un eccellente preparazione fisica, inutile entrare nei dettagli sull’allenamento. Mi viene da dire che per quanto uno si possa allenare, arrivato il giorno prima della gara penserà sempre di non essersi allenato abbastanza. Poi conta molto l’aspetto mentale: quello più delicato e difficile da forgiare. Una somma di esperienze precedenti che vanno a formare non solo l’ultra trailer, ma la persona stessa ed il suo modo di reagire e compiere tutto ciò che si prefigge. 

Sempre parlando di preparazione, immagino siano molti i parametri che monitori ed osservi: alimentazione, allenamenti, riposi… Quale per te risulta la fase più importante per portare a termine un ultra trail? 

Credo che ogni fattore sia strettamente correlato con gli altri. L’allenamento sarebbe inutile senza un adeguato riposo e così via. Essenziale, dal mio punto di vista, è che ognuno trovi il proprio equilibrio in ciò che fa per arrivare a dare il meglio di sé.

Che cos’è per te la montagna? Quale significato le dai?

La montagna sicuramente è la mia più grande passione. Il luogo in cui si racchiudono i miei sogni. Un banco di prova che non regale niente a nessuno, con un obiettività estrema dove il gioco non si fa più gioco ed ognuno risponde in prima persona di ciò che fa e di ciò che vuole essere. Un luogo senza folla e clamori dove ciascuno cerca di compiere le proprie piccole imprese per se stesso. A differenza del trail il fattore rischio c’è e sta a noi tenerlo in considerazione e gestirlo o altrimenti fare dietro front e tornare a valle. Un’attività in cui nessuno ci dice quale sia il “materiale obbligatorio” e dove non si può barare; ognuno deve imparare a conoscere bene i propri limiti, ciò che può o non può permettersi di affrontare, perché le conseguenze potrebbero essere molto più serie di una maglia da finisher mancata.

Nicola Bassi (al centro): unico finisher della Black Baikal Race 2018

Che rapporto hai con la natura, il silenzio e la solitudine? (perché comunque, le gare a cui partecipi hanno una cospicua dose di questi tre elementi)

 

Direi buono. Evito le città e la gente ii più possibile. Sicuramente le molte ore di allenamento e di gare sempre soli aiutano e portano necessariamente ad un introspezione profonda, spesso troppo profonda… Si impara a conoscere e stessi, i propri difetti, le proprie debolezze. Alcuni cercano di migliorarsi, per un motivo o per l’altro. Credo che sia questa voglia di reagire e resistere, di migliorarsi, che alla lunga fa la differenza e ci permette di portare a compimento piccole imprese che noi stessi ritenevamo impossibili.

Puoi dirci quali saranno le tue prossime imprese?

Certo, ci mancherebbe, non capisco proprio quelli che tengono nascosto e mezzo segreto il loro piano gare…

A fine maggio Azores Trail Run (125 km 5000D+) ; Luglio Ronda dels Cimes (170km 13.500D+) ; Settembre Echappe Belle (144km 10.900D+); 

Ma l’impresa a cui tengo di più e che ho in cantiere da parecchio è un tentativo di percorrere in velocità un tracciato alpinistico nelle Dolomiti Bellunesi. Un percorso interamente su cenge spioventi e lunghi tratti in arrampicata libera. Credo che nessuno fino ad ora lo abbia percorso interamente no-stop. Ci sto lavorando…quella si sarebbe un impresa… 

Per concludere. So che hai avuto un cane, con il quale hai condiviso le corse libere in mezzo ai boschi. Ci racconti qualcosa di più sul tuo cane?

Certo, era una femmina di bracco tedesco a pelo raso, Simba. Era veramente un bravo cane, ruffiana come poche, con un enorme passione per la frutta e per le coccole ovviamente. Una grande compagna di avventure.

Con la fedele compagna Simba

Informazioni utili: potete seguire Nicola Bassi sui suoi canali Facebook e Instagram

LA ‘BIANCA CORSA’ DI INDI E CIUK: UN’AVVENTURA DI CUI FARE TESORO

La Corsa Bianca. Non più a piedi ma con uno scooter fat appositamente pensato per la neve. A differenza della scorsa edizione, quest’anno la neve è scesa abbondante: eravamo elettrizzati, contenti. Anche se rappresentava un’incognita.

Siamo partiti da Monno, un piccolo paese sulla strada che conduce al Passo del Mortirolo, alle ore 21 di venerdì 9 febbraio, sotto una lieve nevicata che ci avrebbe accompagnato per un paio d’ore. Sapevamo dove andare, ma non avevamo idea di come in realtà si sarebbe presentato il percorso. E infatti le difficoltà non si sono fatte attendere. Dopo pochissimi chilometri, la neve si è rivelata un ostacolo arduo, complesso. Più del previsto. Ma la montagna non può essere prevedibile, altrimenti perderebbe di fascino. Non vi era un fondo abbastanza duro da poter reggere il peso del monopattino (che mi sono visto costretto a portare a mano) né il normale peso di una persona. Così, anche sulle salite più ripide, gli scarponi affondavano nella neve fresca, quasi molle, e le ruote del monopattino faticavano a girare. Se non fosse stato per i miei cani non sarei mai riuscito ad arrivare al checkpoint di Trivigno. Indi e Ciuk mi hanno letteralmente trainato, tirato e trascinato fuori dalla neve.

Indi e Ciuk poco dopo l’alba

Passate le prime salite e i primi chilometri, e lasciatoci alle spalle il punto di controllo presso Malga Mola, il percorso presentava finalmente delle discese: anche qui, causa la neve pesante, rimanere sul monopattino era ostico. I cani lavoravano bene e si procedeva anche ad una buona andatura, ma, appena prendevamo un minimo di velocità, restare in piedi e in equilibrio sullo scooter fat era difficile: le tante cadute erano inevitabili.

Una delle salite prima di Malga Mola

Indi e Ciuk continuavano a fare i Siberiani e vederli lavorare così mi dava la forza psicologica per proseguire. L’imprevedibilità della montagna e degli agenti atmosferici avevano trasformato il tutto in una sfida eccezionale. Poco prima di raggiungere il checkpoint di Guspessa, presso una baita privata, davanti a noi una impervia discesa: un budello di strada molto stretto tra gli alberi; ripido, dove non mancavano balzi e salti. Ho sganciato Indi e Ciuk dalla linea di traino e li ho attaccati alla cintura da dogtrekking. Mi sono seduto a terra e via… coi cani lungo la discesa, fino alla fine: loro, che correvano, e io seduto nella neve che venivo trainato fino in fondo. Arrivati alla fine, ho assicurato i cani ad un albero e sono tornato a prendere lo scooter. Arrivati al checkpoint, siamo stati accolti da chi gestiva la piccola baita. I cani attaccati ad uno stakeout improvvisato e io all’interno, in attesa di ripartire, ad asciugarmi i vestiti accanto alla stufa a legna. Forse è vero che la Grade Corsa Bianca ha in sé, a livello intrinseco, qualcosa del Grande Nord: i luoghi, le difficoltà, la solitudine…e l’accoglienza e disponibilità delle persone che si incontrano.

I cani arrivati a Guspessa
La Grande Corsa Bianca è anche questo: l’incontro e la condivisione

Solo alle 5.15 circa siamo riusciti a ripartire; sapevo del cancello orario di Trivigno e le probabilità di arrivare in tempo erano poche, ma le condizioni della neve andavano migliorando. Dovevo tentare. Dopo una breve salita e un tratto in piano, una discesa di poco meno di 5 km circa, con il nostro immancabile ghiaccio (ne sentivamo la mancanza 😉 ). Ma ero conscio che lo scooter fat sul ghiaccio non avrebbe dato problemi. Così ci siamo lanciati di corsa lungo la strada che conduce a Doverio. Tutta al galoppo e al trotto veloce. Poi un imbocco sulla destra, su di una strada innevata, ma battuta alla perfezione, dove la neve reggeva bene. Indi e Ciuk andavano ancora di gran passo.

Probabilmente ai più non dirà nulla, e sembrerà addirittura infantile, ma dopo la fatica dei primi 18 km vedere i miei cani con quella voglia di andare, con quella voglia di trottare, è stata una grande gioia.

Si sale e si sale…verso Trivigno, dopo la discesa che porta a Doverio

Eravamo arrivati così ad una spianata, prima di ricominciare a salire in direzione Trivigno. Qui, siamo stati accolti dalla montagna e dal suo spirito: soli, a goderci un’alba stupenda. L’azzurro del cielo, la neve bianca e cristallina, i miei cani. Non avrei potuto chiedere di meglio. E non credo di riuscire ad esprimere a parole ciò che i miei sensi hanno percepito, le emozioni che ho vissuto, abbracciando Indi e Ciuk, in mezzo a quella meraviglia.

Dopo un’ora davanti a noi ci era apparsa, quasi come la biblica Terra Promessa, il checkpoint di Trivigno. Qui ho capito quanto i Siberian Husky sanno essere cani straordinari: nonostante la fatica, Indi e Ciuk sono arrivati galoppando. Dopo averli visti lavorare così intensamente, vederli galoppare dopo 35 km percorsi, di cui 18 in condizioni davvero difficili e complesse, ha un valore importante: il lavoro di preparazione svolto è stato soddisfacente.

Silenzio e solitudine all’alba
Orgoglioso dei miei compagni di avventura

A Trivigno finì la nostra avventura causa ritardo e quindi chiusura del cancello orario. E’ andata così: il piccolo rimpianto di non essere arrivati in tempo per proseguire, ma la grande soddisfazione di aver visto i miei siberiani lavorare al meglio. Ed è ciò che più è importante per me.

Quest’anno mi sono molto concentrato su questo appuntamento; un lavoro non solo muscolare e di forza, ma soprattutto mentale. E devo dire che la strada intrapresa a settembre ha dato i frutti sperati. I dati che ho raccolto nell’arco della stagione mi permetteranno di migliorare sicuramente. Il rapporto che ho con i miei cani è sempre più intenso e forte. Questo è il vero segreto: complicità e condivisione.

La Corsa Bianca 2018 mi ha davvero dato molto, perché le conoscenze che ho sul potenziale dei miei cani sono molte di più, anche in condizioni particolarmente complesse. Ho faticato con loro… ma che soddisfazione vederli lavorare così bene!

Indi e Ciuk allo stakeout a Trivigno

Tirando un po’ le somme, per quanti l’hanno fatta coi cani penso sia stata ugualmente una grande avventura. Bello è aver osservato come forte sia stato lo spirito di aiuto reciproco: chi con una parola di conforto, chi nell’aspettare l’altro nel mettere le ciaspole, chi nel passare la borraccia con l’acqua o le batterie di ricambio e chi, come un paio di buoni matti, ha deciso, per superare le avversità, di unire i propri team con una linea da sei. Eravamo tutti su quel muro di neve, a scalarlo coi cani che ci tiravano fuori, lì in fila, a dirci: “Tutto ok? Dai, forza, non molliamo”. In modo diverso, avevamo qualcuno che dall’alto ci spronava a non arrenderci. Qualcuno che abbiamo pensato e portato con noi su quelle montagne, in mezzo a quella neve.

Non essere arrivati alla fine è un fallimento? Non essere arrivati fino in fondo è una sconfitta? Non credo. E’ ciò che insegna la montagna. Nel bene e nel male, è una perfetta metafora dello scorrere della vita umana. Ci sono le difficoltà, e spesso il traguardo vero è saperle affrontare e superare.

La Grande Corsa Bianca è così: non è una gara ma un vivere intensamente la montagna. E questa volta la montagna ci ha messo di fronte una neve difficile. E’ un fallimento? No, perché abbiamo fatto tesoro di questa esperienza. L’anno prossimo probabilmente saremo ancora nella piazza di Monno, Indi, Ciuk ed io per tentare di ripercorrere i nostri 87 km.

Viva i Siberian Husky, viva il mushing!

 

Post Scrittum

Ringrazio gli organizzatori della Grande Corsa Bianca, che conosco nelle splendide persone di Marco Berni e Mario Sterli. Disponibili e pazienti nell’assecondare noi coi nostri compagni a quattro zampe. Li ringrazio perché hanno saputo creare, insieme ai volontari e a quanti con loro lavorano, un evento che va al di là della competizione, della gara. Che è un qualcosa di chi fa della montagna uno stile di vita.

Un grande grazie a tutto il team dei super veterinari: dott. Sergio Maffi, Dott.ssa Sara Caretti, Dott. Federico Sgorbati, Dott.ssa Roberta Marchina e tutto il loro staff. Sempre presenti e disponibili.

Ringrazio i compagni d’avventura che ho incontrato lungo i primi chilometri e quanti coi cani hanno partecipato. Tutti col giusto spirito. E’ stato davvero bello.

Ringrazio sinceramente quanti mi stanno vicino in queste follie, mie e dei miei cani: Myfootbike Italia; SBK Italia – sport and job for your dog!; F-ALL; Club Laguna Blu; Agricampeggio La Luna e il Falò; Allevamento Keral’ghin – Siberian Husky; AleCod; MaurizioBonetti Photography; FrancescaCodina Photography, Arti Tipografiche Induno. Persone che credono nel nostro progetto, nei nostri valori e nell’amore che abbiamo per la natura e per i cani.

Ringrazio Filippo Cattaneo che mi è saputo stare vicino anche tutto questo anno di preparazione.

Ringrazio chi mi trasmette questo virus ogni giorni e ogni ora: Marco Ossola, un super musher e un amico. Davvero grazie, perché senza il suo aiuto non sarei riuscito a preparare questa avventura.

Infine ringrazio ciò che di più importate ho conosciuto in questi due anni: Indi e Ciuk. Amici, Siberian Husky, compagni di avventura. Lo dico chiaramente: siamo solo all’inizio! Ma nel nostro ‘calendario’ abbiamo inserito esperienze importanti da qui ai prossimi anni… la strada è tracciata: basta seguirla…

SULLO SLED-DOG (SUL MUSHING) E DINTORNI…

Lo sled-dog. I cani, la neve e la slitta: l’obiettivo di ogni musher! Mi sono interrogato in questi ultimi mesi, osservando e dialogando con diversi mushers, cosa sia lo sled-dog. Sul mushing e sulla figura del musher ho già avuto modo di esporre il mio pensiero: sia per iscritto, sia pubblicamente (con amici e conoscenti).

1. Il musher Marco Ossola e il suo team di Hound Norvegesi durante la Traversata Balla Coi Lupi ed. 2016

Ma lo sled-dog cos’è? Come ricorda la parola inglese, si tratta dell’attività di andare in slitta coi propri cani da slitta. La prima cosa che ho notato è che lo sled-dog non è in via esclusiva un “fare le gare”, né indissolubilmente legato alle gare. In secondo luogo esso è altresì strettamente connesso alla neve e alla slitta: ogni musher che si rispetti ha, ovviamente, la neve e la slitta tra i suoi massimi obiettivi. Ammiro e trovo eccezionali quei mushers che fanno centinaia di chilometri quasi ogni settimana e ogni notte per assecondare la voglia di neve e di sled-dog dei propri cani. Che condividono la loro vita coi cani. Felici di conoscerne diversi: e di chiamare alcuni di loro amici.

2. A sinistra: il musher Lele Scarioni con uno dei suoi cani da slitta; a destra: uno dei suoi stakeout immerso nel silenzio della natura

Come ho scritto poc’anzi, non ho trovato legami stretti tra lo sled-dog e il “fare gare”. Questa forse è l’ennesima prova che il mushing non è un’attività sportiva! Non può essere uno sport. È uno stile di vita; e lo sarà sempre, fino a quando ci sarà anche un solo musher che deciderà di uscire al tramonto, imbragare i cani, agganciarli alla tug line e alla tow line e con queste alla slitta (o al carrello) e trascorrere con loro intere giornate e intere notti al freddo; rincasando anche due o tre giorni dopo. In fondo non può proprio essere uno sport. Pensiamoci bene, e provo ad estremizzare ed esasperare l’esempio: una qualunque attività sportiva è limitata agli allenamenti e alla prestazione agonistica della gara (o se amatoriale ai soli allenamenti o simili); un normale sportivo ha una vita “normale”. Può andare liberamente in vacanza ovunque, senza limiti di tempo; può uscire tutte le sere che vuole; può fare un lavoro che lo porta lontano da casa per settimane o mesi. Un musher che ha lo sled-dog e il mushing come parte integrante delle sue cellule non può essere né un atleta né uno sportivo vero e proprio: la vita coi cani, proprio perché è uno stile di vita, ti condiziona piacevolmente 365 giorni all’anno, ventiquattr’ore su ventiquattro. E non si tratta di un organizzarsi, ma una libera scelta.

3. Marco Ossola e il suo team durante un’uscita sul Moncenisio in preparazione della stagione su neve

Scrivo tutto questo perché credo che nello sled-dog – come attività evidente del musher – la gara, intesa come competizione sportiva agonistica competitiva, sia poco importante. Mi spiego meglio. Parlando con differenti mushers, in loro ho notato un pensiero che mi è particolarmente piaciuto, che così possiamo riassumere: “La gara, non è nemmeno la punta del nostro iceberg di vita coi cani. In alcuni casi della gara possiamo farne a meno”. E questo è meraviglioso. Come altrettanto meraviglioso è sentirli testimoniare un altro postulato: “Quando ti iscrivi ad una gara di media e lunga distanza (così come in una sprint), se il risultato arriva, bene: sei contento per i tuoi cani. Ma se non arriva e i tuoi cani compiono ugualmente il loro lavoro, devi ugualmente ritenerti contento e soddisfatto”.

4. Lele Scarioni col suo team di Alaskan Husky

Questo perché i cani sono l’unico elemento fondamentale: il passare ore e giornate con loro, immersi nel totale silenzio della natura. Uno degli aspetti che fa essere una persona un musher è la voglia di stare coi propri cani da slitta, di condividerne emozioni, esperienze: di poter crescere in simbiosi con essi. Un musher non farà mai il musher e l’attività di sled-dog solo per fare gare: sarebbe una bestemmia. Fare sled-dog è vivere i propri cani, portarli ad assecondare la loro natura di cani da slitta. Chi ha detto che lo sed-dog è un’attività agonistica sportiva che implica esclusivamente gare? So di musher che fanno una sola competizione all’anno, e a volte nemmeno quella: ma percorrono centinaia di chilometri per il solo amore dello stare coi cani.

5. Filippo Cattaneo, musher e allevatore, col suo team di Siberian Husky

Se pensiamo anche alla storia, le prime gare sono fatte non da atleti né da sportivi: ma da cercatori d’oro, avventurieri e uomini liberi. Queste gare si svilupparono nel Nord America, in Alaska; erano sì gare, ma fatte per vedere quali erano i cani migliori, i più forti, i più resistenti e i più veloci. Si può dire che ancora oggi, le gare, vedono al centro il cane? In alcuni casi ho dei fortissimi dubbi. Se il cane fosse davvero al centro, il vero protagonista, perché ad esempio fare gare (prevalentemente su terra) a settembre, fine marzo, aprile e addirittura maggio? Forse perché quello che conta è, oggi, solo l’aspetto agonistico umano?!?!

6. Il musher Giuseppe Prampolini col suo team di Siberian Husky
7. In alto: il legame che il musher crea coi suoi cani va al di là delle semplici parole; in basso: il team di Alaskan Husky di Giuseppe Prampolini durante la Traversata Balla Coi Lupi ed. 2017

Relativi a discorsi recenti a cui ho assistito riguardanti nuovi sviluppi della disciplina, disquisizioni su regolamenti, affiliazioni, federazioni, eventi e competizioni, a decine di parole lette e qualche dibattito, ho constatato una cosa – e non solo io: da tutto ciò mancano i cani. Si sente parlare per l’appunto di regolamenti, di affiliazioni, di enti di promozione sportiva, di federazioni, di eventi e competizioni accompagnate sempre più da roboanti aggettivi e superlativi assoluti; ma in tutto questo, i cani dove sono finiti? Perché, ad esempio, gare in luoghi geografici caldi e umidi, con temperature superiori ai 15° e 20° ve ne sono ancora parecchie! L’altra sera ho provato, in maniera del tutto truffaldina e quasi sciocca, a chiedere ai miei cani se preferiscono una gara X da una gara Y; se preferiscono un ente X da una ente Y; una federazione X da una federazione Y. Beh, non ci crederete, ma non hanno risposto. Credo vividamente che ai cani da slitta importi solo che la loro natura venga assecondata. Le gare, i regolamenti, le strutture gerarchiche di potere, politiche ed economiche, di tesseramenti e quant’altro, a loro non interessa. Sono gli uomini che vogliono tutto questo. E sempre di più mi sto purtroppo convincendo che in molti partecipano alle gare solo per soddisfare la propria voglia di competizione, la propria voglia di prevalere (sportivamente parlando) sull’altro.

8. Alcuni momenti dell’avventura alla Polardistance 2017 del musher Luca Fontana e il suo team di Siberian Husky

Le gare sono belle e occasioni da non perdere se nascono dalla voglia di mettere il cane al centro, di incontrare amici, di scambiare opinioni, di stare insieme (gare così, grazie a Dio, ci sono e continueranno ad esserci). Le gare debbono essere anche quel momento per dare la possibilità a quanti, amanti dello sled-dog, cercano piste battute per poterlo praticare: al di là di essere musher professionisti. Ma le gare non sono tutto! Personalmente, i momenti più incredibili e significativi per i miei cani e per me li ho vissuti lontano dai circuiti di gare, in un clima di tranquillità psicofisica quasi anacronistica: in mezzo alle Alpi o sugli Appennini tra mushers che al centro del loro progetto hanno solo i loro cani.

9. Svezia 2017: il team di Luca Fontana negli spazi sconfinati della natura selvaggia

In alcune competizioni però quello che noto è un crescente e preoccupante spirito agonistico che coi cani centra ben poco. Certo, federazioni, enti, associazioni sono importantissime: ma al centro debbono esserci i cani da slitta; altrimenti sono solo giochi frutto del carattere umano! Appagamento autoreferenziale di quell’umanità volta a far prevalere se stessa a scapito di tutto!

10. Il musher Ettore Kamm nel bianco più totale col suo team di cani da slitta, durante la Traversata Balla Coi Lupi

Affermo ciò, perché ormai troppo spesso si vedono sul podio solo i (presunti) musher: sempre meno cani finiscono con le medaglie al collo. Mi piacerebbe che in Italia si adottasse un piccolo gesto significativo: premiare tutti i cani dal primo all’ultimo. Questo perché un cane da slitta se vi porta da un punto A (partenza) ad un punto B (arrivo) compie il suo lavoro e per ciò va premiato. Lui, non l’essere umano, che è solo un tramite, un conduttore. Mi piacerebbe che chiunque vada a podio (perché comunque in una gara un podio e una classifica ci devono essere) ci vada col proprio cane: questa è purtroppo un’abitudine che in pochi hanno (e basta vedere le fotografie: dalle gare di sled-dog su neve e terra alle gare di quelle attività derivate da esso quali il canicross, il dogsocooter e il bikejoring). Mi piacerebbe che si gareggiasse ciascuno col proprio/i cane/i. Mi piacerebbe che il cane da slitta – in tutte le sue varianti etologiche (ma pur sempre da slitta, ossia selezionato per tale compito) – torni il vero protagonista. Perché i cani non possono parlare; ma se lo spirito umano si insinua anche nel profondo di queste attività, allora tutto è a rischio estinzione.

11. A sinistra: un momento della Traversata Balla Coi Lupi del team di Ettore Kamm; a destra: Ettore Kamm sul podio di Splugen 2018 (fotografia di Marco Quaraniello – http://www.spynight.net) . Perché un vero musher sa che il merito dei risultati è solo dei cani e del lavoro di squadra: sul podio, un vero musher, mette il proprio cane con al collo la meritata medaglia. Perché i cani vengono sempre prima di tutto.

 

Quello che finora ho imparato è che il mushing è uno stile di vita; che lo sled-dog è un assecondare la voglia di neve dei cani da slitta; e che tutto questo viene fatto nel massimo rispetto delle leggi della natura e degli animali. Che sono ben differenti dalla pochezza dello spirito di certi uomini! Il mushing è come una sorta di “religione” panteista legata alla natura e lo sled-dog il suo rito e la sua cerimonia più sacra!

12. Il musher Piero Natali col suo team di Siberian Husky, con il quale ha condiviso centinaia di avventure
13. Il team di Alaskan Husky di Piero Natali durante un’uscita di preparazione per la stagione invernale
14. Piero Natali e gli Alaskan Husky nell’ormai imperdibile appuntamento della Traversata Balla Coi Lupi, sugli Appennini.

Viva i cani da slitta; buon cammino e, per una volta mi sia permesso scriverlo (nonostante non mi senta un musher), good mushing a tutti!

15. Marco Ossola e Lucinda (una delle sue leaders): il rapporto che il musher crea coi suoi cani è di assoluta complicità
16. Il musher Antonio Ballatore col suo team di Alaskan Husky durante l’Alpentrail ed. 2004

Appuntamenti Febbraio 2018

8-10 Febbraio 2018

La Grande Corsa Bianca

 

80 km – categoria dog scooter

Monno – Ponte di Legno (Alta Valle Camonica)

http://www.lagrandecorsabianca.it

 

PERCHE’ RIFARE LA GRANDE CORSA BIANCA CON INDI E CIUK?

Anche questa stagione avremo la nostra dose di avventura quotidiana: a distanza di quasi un anno ho deciso di “perdermi” nuovamente su quelle montagne, con Indi e Ciuk e un mezzo invernale atipico: un monopattino Fat Myfootbike della Kostka chiamato Monster.

L’anno scorso tutto nacque quasi per “gioco”, da un’idea degli organizzatori della Grande Corsa Bianca e coinvolto da Francesca Còdina. Nel 2018, questo gioco si fa un po’ più serio. (Qui il racconto dell’edizione 2017 fatta in dogtrekking)

Edizione 2017: in dogtrekking con Sean, Ira e Francesca Codina. Nei pressi del Pianaccio

Nei giorni 8, 9 e 10 febbraio 2018 prenderemo parte alla V edizione della Grande Corsa Bianca: per l’esattezza il tracciato di 80 km (Corsa Bianca) e 2.600 metri di dislivello positivo che da Monno conduce a Ponte di Legno, passando per Trivigno, il Mortirolo, il Pianaccio e giù fino a Vezza d’Oglio, Temù e Ponte di Legno.

 

Perché rifare questa esperienza? Perché rivivere questa Corsa, divenuta oramai una classica nel panorama europeo tra gli Ultra Trail invernali, con un monopattino fat e due Siberian Husky?

Indi e Ciuk col monopattino Fat “Monster” in Val d’Avio, in Alta Valle Camonica

In questi mesi ho cercato di dare una risposta; o probabilmente più di una. Prima di tutto è positivo vedere gli organizzatori che, a distanza di un anno, ci tengono ad avere ancora tra i partecipanti un certo numero di team con i cani: voglia di fare, di mettersi in gioco, di essere aperti a nuovi mondi e modi di vivere l’inverno e la neve; una grande disponibilità di accoglienza e attenzione alle esigenze più particolareggiate per mettere i cani nelle migliori condizioni di affrontare il percorso. Sperando certamente che un domani il tutto (neve permettendo) si possa fare con la slitta, la vera “signora” dei cani chiamati per l’appunto da slitta.

In tutto questo, i partecipanti coi cani, saranno guidati dal veterinario dott. Sergio Maffi e il suo team, che generosamente hanno messo a disposizione tutta la loro professionalità ed esperienza internazionale: perché nulla è lasciato al caso.

In secondo luogo, il punto che credo essere il più importante di tutti. Quello che tanto ci ha fatto emozionare nel febbraio 2017, vivendola a piedi con Indi e che quest’anno contiamo di ripetere: la montagna. La Corsa Bianca è una traversata in cui si può sentire la montagna: gli alberi, l’aria frizzante del nord, i suoni del bosco (fauna e flora che si confondono a vicenda). E poi le persone. Perché questa manifestazione è anche un incontro: di persone e con le persone. Si incontrano i concorrenti della competitiva (80 km e 170 km); si incontrano i volontari e le persone che gestiscono i check point. Si incontra chi in quelle montagne vive. La Corsa Bianca è un grande bacino di condivisione di storie, di vite, di esperienze. Una grande avventura. E la montagna in questo ha un suo ruolo cruciale. La montagna o la vivi o non la vivi. O è bianca o è nera. Non ha vie di mezzo. La montagna è, nel bene o nel male, un estremo; un luogo radicale e in questa sua radicalità può essere fatta di rapporti duri, ma autentici e sinceri. Ecco perché credo che gli incontri che la montagna sa offrire siano, se vissuti con consapevolezza e coscienza, sempre portatori di qualcosa, portatori di un significato.

Indi e Ciuk in Val Grande, in Alta Valle Camonica

E il fattore “cani” è per me fondamentale. Stare tutte quelle ore nella neve, fuori, in compagnia di Indi e Ciuk mi elettrizza: mi emoziona solo al pensiero. E’ da settembre che ci prepariamo all’appuntamento della Corsa Bianca. Lo so, probabilmente 80 km non sono niente rispetto alle centinaia di chilometri percorsi dai veri musher nelle loro avventure e nelle loro traversate. Eppure, preparare l’equipaggiamento in grado di garantirci l’autosufficienza innanzi all’imprevisto, attrezzarmi per fronteggiare le temperature che sfioreranno i -20° è qualche cosa di indescrivibile: anche tutti questi accorgimenti e i preparativi di questi mesi fanno parte della Grande Corsa Bianca.

Vivere questa avventura coi miei cani sarà il concretizzarsi di mesi di lavoro e di sacrifici: sperando di essere sulla strada giusta per il nostro grande progetto. Saremo materialmente soli su quei sentieri, lungo quelle discese, a sclerale salite, aggirare cime e poi ridiscendere a valle: mi hanno insegnato a fidarmi dei miei cani, a fidarmi dei miei Siberian Husky, perché sanno sempre trovare la via; sanno sempre ritornare a casa. Sono cani da slitta, non semplici cani da corsa.

Perché quindi partecipare ancora alla Corsa Bianca? Per vivere quella quotidiana avventura insieme ai mei cani. Un mondo diverso per viverli. Perché come mi è capitato di dire non molto tempo fa, i miei cani non sono la mia vita, ma sono parte integrante di essa. Io non vivo per i cani, ma vivo insieme ai cani: e credo che, seppur sottile, vi sia una tangibile differenza.

Per Indi, Ciuk e me tutto ciò sarà l’ennesimo punto da cui partire. I traguardi non esistono. Esistono solo, se mi passate l’immagine poetica, check point da attraversare perché il vero traguardo è lo scopo della vita che ciascuno di noi si prefigge.

Profilo altimetrico dell’edizione 2018

IL SIBERIAN HUSKY. INTERVISTA A FILIPPO CATTANEO

Filippo Cattaneo non ha troppo bisogno di molte presentazioni nel mondo del Siberian Husky e della cinofilia. Allevatore di Siberian Husky da trent’anni col suo Allevamento Keral’ghin, nel 1986 fonda quella che fu la gloriosa Associazione Italiana Musher (AIM), per la quale ricoprì i ruoli di Presidente e Vicepresidente. Insieme ad altri importanti musher, contribuì all’affermazione dello Sleddog in Italia e del mushing come stile di vita, partecipando e soprattutto organizzando alcune delle più belle gare svolte tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90. Diventa (sempre negli anni ’90), insieme ad altri, uno dei più importanti allevatori europei. Scrittore di libri e divulgatore della razza siberiana, ha pubblicato decine di testi e articoli su cani e cinofilia, tra i quali il più noto è Il Siberian Husky edito da Sonzogno nel 1990. Oggi vive e lavora a Careola di Pontremoli (MS), dove insieme all’allevamento gestisce l’Agricampeggio La Luna e il Falò.

Filippo Cattaneo coi suoi Siberian Husky, in una vecchia fotografia

Quando mi si chiede di parlare di Siberian Husky accetto sempre con grande entusiasmo…e poi mi pento.

Mi pento perché da una parte è un po’ come scavare nella mia vita e dall’altra perché ogni parola che dico può – come troppo spesso accade – venire interpretata in modo polemico ed io sono stanco di vedere esseri umani che si accapigliano per affermare non si sa bene cosa. Non lo so, non lo capirò mai dato che ahimé ho una visione tutto sommato positiva dell’essere umano. Sono speranzoso che ciò che dirò non  verrà mai interpretato come un qualcosa contro singole persone – non ho sassolini nelle scarpe – ma come un’opinione tra le altre.

 

– Come è nata la tua passione per il Siberian Husky?

Siamo negli anni ’80 e si inizia a parlare di natura e di salvaguardia. Il cane è il più diretto contatto tra natura e uomo, un uomo che in quegli anni incomincia a capire che le risorse della terra non sono infinite. La mia vita è sempre stata accompagnata, anche se saltuariamente, dal cane; prima una cokerina fuggitiva, poi un barbone che nella mia adolescenza ha dovuto subire tutte le contraddizioni della mia crescita amandomi incondizionatamente, e per ultima una segugina tutta pepe. Volendo tornare al Siberian, ne ho scelto uno che mi facesse sognare, che mi portasse via. Chi meglio di un cane da slitta?

– Cosa è per te un Siberian Husky? Che cane deve essere?

La scelta migliore che potessi fare. Una scuola di vita, una portatrice di ulcera perché non capiva, e a ragione, cosa volesse da lei un uomo ‘dominante’ degli anni ’80 che, affascinato dalla prima etologia, voleva entrare in relazione con un essere così diverso da lui. Finché non abbiamo capito insieme che dovevamo collaborare, cooperare, non scontrarci muso contro muso. Alla fine giravamo per Milano liberi, lei senza guinzaglio e io che ero riuscito a farle capire di aspettarmi prima di attraversare una strada. Un caso quasi unico, perché East era speciale! Mi chiedi che cane deve essere un Siberian Husky? Dal punto di vista comportamentale è un cane che deve andare davanti al suo uomo, che deve guidarlo sia verso l’ignoto, sia nel sentiero che giunge alla meta stabilita. Un cane che chiede di affidarsi a lui, che lo fa però solo se ha fiducia in te. E’ un cane che ti porta dove bisogna andare, che non ha limiti perché è consapevole dei suoi limiti. Non è un cane competitivo, perché la competizione purtroppo è un qualcosa che non ha dei limiti di velocità, ma ha dei limiti di percorso. Una contraddizione? Per gli umani certamente, per un Siberian Husky no. Se devi andare dal punto A al punto B un Siberian Husky cerca di portarti, consapevole che tra A e B ci possono essere degli intoppi che deve saper superare e che quindi non può sfiancarsi in nome del tuo desiderio di arrivare primo! Ti porterà al punto B in un tempo ragionevole, con energia sufficiente per poi tornare al punto A. Cosa non da poco, che solo il suo ‘istinto’ sa governare e molti umani non sanno capire. Morfologicamente lo Standard della razza è la migliore descrizione di com’è fatto un Siberian Husky: perché se non è fatto così non è un Siberian Husky. E non dà spazio a labili interpretazioni soggettivistiche! Anche se non da misure precise (al di là del massimo e minimo per l’altezza al garrese) ti dice che è leggermente più lungo che alto perché è un trottatore e quindi inscritto in un rettangolo, ma solo leggermente perché deve anche poter galoppare senza danni quando il carico da trainare sulla slitta è molto leggero. E soprattutto ti dice che deve “ricordare l’eredità del Nord”: orecchie piccole e ben coperte di pelo, occhi leggermente a mandorla, canna nasale sufficientemente lunga da poter riscaldare e raffreddare l’aria che respira (ma non troppo perché la riscalderebbe o raffredderebbe in modo eccessivo), mantello composto da sottopelo e pelo di guardia di giusta tessitura da non permettere alla neve di raggiungere il primo… e che quindi non rende necessaria nessuna copertina. E così via…

– Cosa significano allevare e selezionare?

Allevare lo fanno tutti, si accoppiano un maschio con una femmina e nascono i cuccioli. Selezionare è un’altra cosa, parte da una tua idea di tipo, e devi farlo collimare con lo Standard.

– Una volta mi hai detto che non esistono cani eccezionali. Motiveresti questa tua affermazione?

Lo standard di razza descrive il modello di cane che rappresenta quella determinata razza. E’ certamente un modello ideale che se riportato nella realtà probabilmente non esiste, ma un modello cui un allevatore deve tendere. Far collimare tutte le cose, o meglio tutte le parti del cane con il modello, è quasi impossibile. Anche perché ciascuno ha in testa un suo modello. Ricordo un allevatore e giudice americano che un giorno mi ha detto: “pensavo che X fosse il mio modello di Siberian Husky, poi ho visto una foto di Y e mi sono ricreduto”. Penso sia un processo, una continua ricerca volta ad interpretare lo standard, a studiarlo e a cercare di vederlo e realizzarlo nei cani che allevi, privilegiando quello che a te paiono le caratteristiche salienti della razza. Il cane ‘eccezionale’ è quello che va bene a tutti. Può forse essere anche un modello corretto, senza nulla che per te può essere eccezionale: per questo, e per fortuna, i cani non sono tutti uguali.

Filippo Cattaneo coi suoi attuali cani
– Ogni giorno, in quel mare di opinioni personali che è il web, si sente parlare di Siberian Husky da lavoro e Siberian Husky da show! Secondo te non è una contraddizione in termini? In fondo il Siberian Husky è, secondo lo standard, un cane da lavoro. Siberian Husky da lavoro, da show o semplicemete Siberian Husky?

Attenzione a non fare confusione. Tutti i cani sono ausiliari dell’uomo e quindi legati ad una funzione cooperativa con l’uomo. Quindi sono tutti cani da lavoro, anche quelli da compagnia che fanno forse il lavoro più gravoso: sopportare l’essere umano con tutte le sue manie! Cane da lavoro-cane da show è forse la più grossa idiozia della cinofilia, che essendo opera dell’uomo…. Oggi si cerca il cane performante e il cane appagante esteticamente. La vecchia cinofilia, quella che esisteva prima dello show business, parla di bellezza funzionale. Sosteneva che è bello ciò che esalta la funzione del cane. Dovrebbe essere ancora così! E’ un argomento complesso che meriterebbe una trattazione a parte. Pensa, per esempio, al Setter che a seconda dei terreni sui quali deve operare viene modificato nella taglia, ed in esposizione – ossia nello show business – viene presentato con un mantello improbabile per i terreni in cui dovrebbe lavorare. Ti ripeto, una razza canina ha un suo senso se è legata alla funzione e all’ambiente in cui è stata selezionata e, tornando al nostro Siberian Husky: deve essere strutturato per percorrere lunghe distanze a velocità moderata trainando un carico leggero, e non ha mai un aspetto che ricorda un animale che traina grossi pesi ma neppure così leggero e fragile da ricordare un animale concepito per le corse di velocità su brevi distanze, deve ricordare l’eredità del Nord e deve essere sufficientemente socievole da poter lavorare in team e da non aggredire i cani che incontra e che stanno correndo con altri teams. Soddisfatte queste condizioni abbiamo il Siberian Husky, altrimenti no, abbiamo un cane, magari anche un ottimo cane da slitta.

– Ad oggi, come vedi la situazione generale nel mondo del Siberian Husky?

Domandona difficile da fare a uno come me che frequenta ormai pochissimo il mondo delle esposizioni canine. In generale, per quel poco che ho visto, la stragrande maggioranza degli allevatori lavorano bene, attenti al Siberian Husky cane da slitta, non un soprammobile, un peluche da coccolare e basta. Molti si cimentano nel  lavoro, chi a livello amatoriale chi in competizioni  vere e proprie. Si confrontano quindi con un cane che deve trainare una slitta e quindi cercano quelle qualità che nello standard di razza sono descritte molto bene e chiaramente. Il SESHI poi, la sezione di razza Siberian Husky del Club Italiano Razze Nordiche, ha il grande merito di proporre nel suo raduno annuale e in alcune esposizioni speciali giudici con un passato da musher, spesso americani, molto vicini alla tipologia di  cane dedito al lavoro del traino della slitta. Mi piacerebbe vedere a questi raduni molti giudici chiamati a giudicare la razza nel ring, ma non specialisti della stessa. Quest’anno al raduno ne ho visti solamente due, l’amica Maria Grazia che non smette mai di voler imparare, e un altro, ma figlio di un grande padre! L’impronta che cerca di dare il club è di un cane che, oltre che tipico nell’aspetto, abbia anche una struttura in grado di compiere il lavoro per il quale è stato selezionato, cercando di superare quel cane che negli anni passati andava per la maggiore: più puffo che lavoratore, più sedentario modaiolo che  atleta. Il mondo al di fuori dagli allevatori, produce ancora purtroppo cani ahimè molto poco tipici, con orecchione da animale da climi caldi, con musi sfilati, con strutture spesso inadatte ad un cane che deve svolgere un lavoro. Altra nota dolente è parte del mondo delle corse, soprattutto quelle di velocità, dove troviamo ancora purtroppo cani con pedigree, ma con una struttura  fisica portata all’estremo per creare cani sempre più veloci. Perché ciò accade, e perché coloro che si ostinano a chiedere a una razza ciò che non è e quindi non passano al modo dei cosiddetti mixed breed  è per me ancora un mistero che da più di trent’anni cerco di capire, ma forse non ho le carte mentali, l’acume intellettuale, l’esperienza e la conoscenza del genere umano  per comprendere un vero mistero, o forse no… In conclusione devo dirti che vedo molti Siberian Husky con corretti rapporti arti/tronco, con toraci non troppo discesi, ma nello stesso tempo profondi, non roppo ‘a botte’ e con movimenti che mostrano, sia al passo che al trotto, una buona presa sul terreno, capace di imprimere la giusta spinta e un movimento armonico a tutto il cane. Come amo dire, cani che non  volano, ma che mordono il terreno e che quando si muovono non sembra che questo gli scivoli via sotto i piedi.

– Il Siberian Husky è un cane primitivo? E’ un figlio del lupo?

No, non è un cane primitivo, è un cane di tipo spitz, cioè un cane con orecchie erette, con canna nasale, folto mantello e coda folta. Il cane primitivo è il cane che ricorda i primi cani, quei primi animali che si sono accompagnati all’uomo e che non hanno subito modificazioni dalla selezione umana. Il cane da slitta della Siberia, e nel nostro caso quello del popolo dei Ciukci è un animale modificato e selezionato dall’uomo per il traino della slitta con un aspetto che gli permette di poter sopravvivere nelle rigide temperature del Grande Nord. Non è quindi diretto discendente dal lupo, ma come tutti i cani discende da un animale che, pur diretto discendente del lupo, si è adattato ad una nicchia ecologica presso gli accampamenti degli umani, nicchia ecologica ben diversa da quella del lupo. Non è quindi un lupo, ma un  cane, nonostante molti lo chiamano il mio lupetto, e spesso pensano sia discendente diretto del lupo: ciò è però un grosso abbaglio. Bisognerebbe qui fare una storia dell’evoluzione del lupo, ma è lungo e complicato. Semplificando possiamo dire che il lupo è un animale decisamente selvatico che però ama le sue comodità: se trova sulla sua strada animali domestici o simili, preferisce cacciare quelli che non effettuare difficili ed estenuanti inseguimenti per raggiungere e colpire la sua preda. Questo in generale può aiutarci a capire che quando l’uomo in evoluzione, ancora cacciatore-raccoglitore, si fermava per più tempo in un accampamento o in grotte, alcuni lupi che lo seguivano per  cibarsi dei resti della caccia (carcasse), piano piano nel tempo hanno incominciato anche ad usufruire dei resti del cibo dell’uomo, modificandosi lentamente, soprattutto nella dimensione del cranio (più piccolo), nella forma dei denti (meno aguzzi e taglienti) e, probabilmente, anche nella struttura fisica. Un lentissimo processo che ha prodotto un animale non più lupo, con comportamenti e abitudini alimentari diverse; oltre ad un lentissimo processo di mutazione morfologica. Neppure ancora cane però, in quanto quest’ultimo prevede un addomesticamento non ancora avvenuto. Questo è il vero animale progenitore del cane che conosciamo noi oggi: un non più lupo o quasi cane. E’ questo animale che ha prodotto cuccioli che forse l’uomo o i bambini dell’uomo hanno adottato per poi addomesticare. E’ questo animale che ha conservato antiche capacità di cacciatore che insieme all’uomo si sono evolute sino a creare un binomio cooperativo che aveva tutto da imparare l’uno dall’altro per mettere in atto nuove tecniche di caccia. Lo stesso dicasi per il cane da pastore: da questo animale biologicamente portato a rincorrere e dividere le greggi per cacciarle, l’uomo – divenuto allevatore – ha probabilmente appreso come poter meglio radunare i suoi animali e quindi condurle dove desiderava, in un lavoro di affinamento delle tecniche che insieme hanno probabilmente elaborato, selezionando un animale che trovava nutrimento non più dalla caccia, ma dalle mani dell’uomo. Sono tutte ipotesi certamente suggestive, e anche in parte frutto dell’immaginazione, che prendono però lo spunto dalla collaborazione dell’uomo con un animale ormai predisposto a convivere e cooperare con lui. Ripeto: non è quindi un lupo che lentamente diventa un quasi cane per diventare poi cane a tutti gli effetti nella collaborazione e coesistenza con l’uomo. E’ un po’ come chiedersi se l’uomo di oggi, il sapìens sapiens, sia un diretto discendente dell’austrolopiteco. In senso lato certamente sì, ma l’austrolopiteco ha prodotto diverse linee evolutive e solo una di queste si è evoluta in homo sapiens, e quindi nell’uomo di oggi (quanto sapiens sapiens non saprei proprio dire!!!!)

– Diversi anni fa hai scritto un fortunatissimo libro sul Siberian Husky: rispetto ad allora com’è cambiata la cinofilia in generale e quella legata al Siberian Husky?

Sono figlio della vecchia cinofilia italiana, anglosassone ed europea, che poco ha avuto a che vedere con la cinofilia made in USA; una cinofilia molto tecnica, il cui concetto di bellezza non era legato unicamente alla bellezza estetica, bensì al concetto di “ bellezza funzionale”:  è bello ciò che funziona bene, che non necessariamente deve corrispondere a canoni estetici. Ovviamente verso la fine del secolo scorso questo concetto di bellezza non poteva venire accettato a priori, e io stesso nel mio piccolissimo sono stato fautore di un mondo cinofilo più aperto al coinvolgimento del pubblico e più rispettoso del fatto che l’evento cinofilo non era più solamente un fatto privato tra addetti ai lavori, ma anche un modo per presentare e far conoscere al grande pubblico le varie razze canine. Presentazioni dei cani nei ring più curate sia nel movimento che nel piazzato, guinzagli e collari adatti ad esaltare le linee del cane, cani maggiormente abituati alla presenza di altri cani e a un giudice che deve toccarli e valutarli. Tutti accorgimenti non sempre presenti, ma che se adottati sarebbero serviti sia a migliorare e facilitare i giudizi dei giudici, sia la comprensione del pubblico presente.  Purtroppo però lo show business ha preso il sopravvento e quelle che dovevano a mio parere essere miglioramenti interni ad un progetto in evoluzione, sono diventate regole imprescindibili portate all’esasperazione. Un grande pubblico desideroso soprattutto di spettacolo, handlers, sponsor, alcuni giudici che amano viaggiare più che giudicare e siamo  così rapidamente giunti ad un “occhio pigliatutto”. Non voglio con questo demonizzare nulla, mi piacerebbe però una base selettiva più puntuale, con giudici veramente  competenti ed esperti della funzione delle singole razze, capaci di scegliere i soggetti migliori; e non esclusivamente soggetti atti ad appagare esclusivamente l’occhio estetizzante e non la sostanza; sostanza che anche se non si vede ad occhio nudo e dalle tribune, possiamo essere sicuri ci sia grazie alla selezione precedente. Purtroppo non sempre è così! Mi chiedi anche del mio libro, si ha avuto un discreto successo, tanto che alcuni mi chiedono di ripubblicarlo dato che è ormai esaurito. Un buon risultato che ascrivo al fatto che ho cercato di divulgare concetti magari difficili, che ho fatto un po’ di storia e che soprattutto ho cercato di rispettare tutti coloro che lavoravano a quel tempo intorno al Siberian Husky.

Alcuni dei siberiani nati al Kerla’ghin. In alto da sinistra: Perla; Saphira. In basso da sinistra: Siberian Husky Keral’ghin’s sotto la neve; Scotty.
Parlando più tecnicamente, il Siberian Husky deve avere un’ottima struttura: torace, arti ben saldi, tutto proporzionato, ecc. Cosa vuol dire questo?

Rimando come sempre allo standard di razza che è molto chiaro sia nella descrizione del tipo che della sua funzione. Non ricordo se te l’ho già detto, ma quando penso al cane da slitta della siberia penso sempre a una muta che dopo il meritato riposo parte con i suoi uomini verso i territori di caccia a tutta velocità: uomini e cani sanno bene che devono raggiungere al più presto il mare, i primi per avere il tempo di cacciare e i secondi perché saranno certamente premiati dai succulenti scarti delle prede. Per poter poi ritornare all’accampamento trainando una slitta appesantita dal carico, anche in questo caso però abbastanza velocemente per non imbattersi in tempo e temperature ostili. Rileggetevi sempre lo standard!

– Cosa consiglieresti a chi si avvicina a questa razza per la prima volta acquistando il suo primo Siberian Husky?

Mi capita spesso di cedere cuccioli anche a persone totalmente ignare di chi sia il Siberian Husky. Se sono colpite solo dalla sua bellezza estetica, li invito a cercare un cane al canile, così capiranno cos’è un cane, bello o brutto che sia. Purtroppo alcuni poi trovano un Siberian Husky su internet, bruttarello, ma per loro splendido, magari con due orecchie grandi come dei radar di prima generazione e due  occhioni tondi ma azzurri, e risparmiano pure! Molti invece si sono documentati, hanno qualche idea di cosa andranno incontro e, se sono disponibili ad imparare, li prendo in considerazione come futuri ‘siberianhuskisti’. Poi se sono sportivi, e amano andare in mezzo alla natura, ancora meglio. Ci sediamo e parliamo a lungo dei pro e dei contro e se decidono di andare a casa con un cucciolo, saranno dei felicissimi “husky lovers”. Se poi gli metteranno l’imbragatura e andranno a correre insieme, meglio. Altrimenti i loro cani saranno dei felicissimi poltroni, appagati dal vivere nel loro nuovo gruppo! Uno dei pochi consigli (o imperativi) che do è quello di fare sempre qualcosa con lui, di dialogare e di insegnargli sempre qualcosa. Il vero ostacolo per una buona convivenza con un Siberian Husky è la noia e la routine.

– Infine una domanda insolita, quasi un po’ strana: secondo te il Siberian Husky, come cane da lavoro in Italia è stato capito? (dalle persone normali, dai mushers, dagli allevatori, dai cinofili…)

Basta parlare di cani da lavoro, tutte le razze canine sono legate ad una funzione e il venir meno di queste non deve snaturare le varie razze. Per ovviare a ciò sono state istituite le prove di lavoro che, legate alla valutazione morfologica, dovrebbero sancire la tipicità o meno di un cane di una determinata razza. Molte prove di lavoro sono purtroppo difficili da realizzarsi nella loro completezza. L’importante credo sia che gli allevatori testino alcuni cani delle loro linee in modo da garantire la funzione originaria e che non cedano in maniera esagerata alle richieste tutte estetiche dello show business. Mi chiedi se il Siberian Husky è stato capito: in generale ti rispondo di no. E’ ed è stato certamente molto amato perché è un cane ancora molto ‘naturale’, non adatto ai compromessi, ma purtroppo in pochi sanno cosa vuole dire. Non adatto ai compromessi significa che è in grado di fare ciò che gli si chiede solo e unicamente se viene rispettato nel suo rapporto con il gruppo, se in questo rapporto non è un oggetto ma una parte di un tutto che prevede amicizia e doveri. In questo dico che è stato poco capito, ma troppo spesso solo, e anche troppo, amato.

La Grande Corsa Bianca 2018

La Grande Corsa Bianca: 8-9-10 Febbraio 2018! Con Indi e Ciuk vivremo questa avventura (non competitiva e a carattere dimostrativo) immersi nella natura e nei paesaggi dell’Alta Valle Camonica e, si spera ;-), nella neve. Con quale mezzo? Un FatScooter di nome Monster!

Stiamo lavorando e ci stiamo preparando al meglio per affrontare gli 80 km del percorso. Adesso è ufficialmente iniziata la nostra grande avventura di questa stagione.